Pillole

I risultati inferiori ai mezzi e alle aspettative ottenuti ai Mondiali di calcio e dalla squadra maschile di scherma non possono essere generalizzati, ...

... perché in ogni campo ognuno è diverso dagli altri, ma credo che ci siano alcune brevi considerazioni che partono dalla formazione allo sport e possono interessare tutti.

Si dice che per essere sportivi veri che lavorano e si sanno sacrificare occorre avere fame, ma forse è meglio dire che lo sport deve essere trasformato in un piacere, che è la “fame” che serve allo sport.

È vero che oggi i giovani vivono un’epoca che li appaga senza neppure chiedere, non li sollecita e non li abitua all’iniziativa personale, ma anche noi sbagliamo. Consideriamo la volontà uno sforzo, un sacrificio, una rinuncia a qualcosa di più appagante o una qualità che si può stimolare con le parole, i richiami alla responsabilità e all’attaccamento a qualcosa o la prospettiva del successo e dei vantaggi che ci possiamo procurare in tempi successivi.

L’argomento è vasto e va trattato da tanti punti di vista che non riguardano il nostro discorso, ma possiamo accennare ad alcuni.

Innanzitutto chiariamo che le molle di quella che chiamiamo volontà sono il piacere di fare, la constatazione degli effetti delle nostre azioni, l’apprezzamento degli adulti stimabili, la curiosità di vedere dove possiamo arrivare, il desiderio di veder riconosciuto il nostro impegno, e l’interesse e la consapevolezza di potercela fare.

 

I nostri sbagli di adulti

Non colpevolizziamoci troppo se siamo intenzionati a farlo per i figli, ma non trascuriamo che lo facciamo anche per noi stessi, perché un figlio che riesce nello sport ci dà soddisfazione, ma anche lustro e illusioni. Per esempio:

  • cerchiamo di pensare noi a tutto e non chiediamo nulla, li accontentiamo perché siano felici e aspettiamo sempre che siano “più grandi” per chiedere responsabilità e doveri;
  • crediamo di incoraggiarli esaltandoli oltre le loro capacità, ma non consideriamo la realtà, che stabilisce graduatorie giuste, ma anche impietose;
  • aspettiamo troppo prima di chiedere e permettere iniziative, perché “facciamo meglio noi” o li vogliamo preservare anche dal disagio di fare ciò che compete alla loro età, ma l’iniziativa è fatta di mille prove ed errori, altrimenti diventa incapacità e inerzia;
  • parliamo di doveri come fossero sacrifici o rinunce, ma ciò che è adatto all’età, se non è imposto dopo aver permesso tutto, non costa fatica e, se lo sappiamo apprezzare, diventa addirittura un’abitudine che appaga;
  • appaghiamo i desideri addirittura prima che li manifestino, ma il gusto di desiderare cose che si possono raggiungere con la propria iniziativa è una forte motivazione;
  • vogliamo un figlio con desideri, motivazioni, forza e obiettivi da adulto, ma il bambino ha volontà solo finché si diverte, e smette appena si stufa;
  • cerchiamo di passargli i nostri sogni, in altre parole il compito di riuscire dove noi abbiamo fallito, ma il bambino sa solo vivere e sognare nel presente mentre, se sognasse il futuro, si sentirebbe inadeguato e ne avrebbe paura.

Perché, allora, gli sportivi nati in zone meno progredite della nostra stanno prendendo il sopravvento nello sport? Perché sanno ancora cosa significa desiderare, si cercano la felicità da soli, si avvicinano allo sport come a un gioco pieno di gioia e non hanno l’obbligo di stare in schemi stabiliti da altri né la paura di sbagliare.

Speriamo lo sappiano anche i mercanti, e non si ostinino ad allevarli a casa loro con i sistemi che si usano da noi.

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