Pillole

Il capitano può essere un giocatore qualunque?

Lo sport spesso si accontenta di promuovere il più bravo, quello che alza la voce, il più rappresentativo o di più lunga militanza, ma non sempre ci azzecca.

Andando secondo tradizione, infatti, si evitano malumori e magari capricci, ma il capitano dovrebbe possedere qualità e caratteristiche di base adatte a precise funzioni di guida. Quindi, lo potrebbe essere anche un atleta meno dotato e "autoritario", ma che ha certi caratteri che gli permettono di farsi seguire. Neppure il talento è una garanzia se non riesce ad adattarsi agli altri o non possiede ancora la maturità per essere un leader. E non è neppure il caso che sia imposto dagli sponsor.

Il capitano dovrebbe avere un grande equilibrio, modi e comportamenti che siano d'esempio e pochi difetti personali, come voler essere un capopopolo che si mette sempre in vista o l'esempio negativo nelle trasgressioni o nelle bravate, non saper stare nelle regole di tutti, essere arrogante con i compagni, tramare nello spogliatoio o essere troppo aggressivo e violento con gli avversari. Quali sono allora le qualità del capitano ideale?

È il giocatore che:

  • pensa anche per gli altri e non si sente sminuito se si mette a disposizione;
  • è più tranquillo ed equilibrato e sa riportare la calma, rivolgersi all'arbitro senza rischiare, prendere in mano la situazione e dare sicurezza quando c'è crisi o tensione;
  • è più propositivo, mette insieme le idee e armonizza le iniziative di tutti, gestisce meglio le situazioni, sa farsi accettare da tutti e interviene nei confronti del compagno che è in difficoltà o non sa stare nelle regole;
  • cerca di essere sempre al centro del gioco e non si defila se non è in giornata, l'avversario è più forte o il risultato è compromesso;
  • in campo e fuori è in grado di fare le veci dell'allenatore: propone, assume responsabilità, decide, prende la squadra per mano quando è bloccata, fa produrre lo spogliatoio;
  • è deciso e creativo, ci mette fantasia e impegno senza dover essere spinto o controllato, ha coraggio per fare e provarci anche quando sembra troppo difficile;
  • tiene conto delle esigenze di tutti e prende le decisioni che vanno a vantaggio della squadra;
  • crea climi costruttivi, individua gli obiettivi più utili e funzionali per la squadra, armonizza i rapporti al suo interno;
  • assume più responsabilità e si propone in modo che anche gli altri possano comportarsi da leader;
  • è sempre credibile senza bisogno di essere sostenuto dall'allenatore.

Capitano o leader, quindi, si può nascere, ma solo a livello potenziale, ed è difficile diventarlo se non gli insegniamo come. Lo dobbiamo "costruire", facendo in modo che tutte le sue qualità vengano a galla, si possano esprimere e siano impiegate. Ma è anche la squadra che fa il capitano: se è abituata ad andare da sola senza dover essere presa per mano, se vi sono le condizioni per parlare di collettivo e di gruppo e, di conseguenza, vi sono comunicazione, intesa, scambio e un modo comune di intendere il gioco.

Forse è troppo chiedere tutto questo a un uomo solo, e qualche allenatore non lo accetterebbe per paura di perdere autorità, specie quelli che continuano a dire "tu pensa a giocare, che a pensare ci penso io!". E anche facile affidarsi al capitano sbagliato. A volte si affida la fascia a un giocatore che sembra sicuro e disinvolto, ma si vuole semplicemente imporre perché sente di valere più degli altri, crede di essere sopra di tutti e delle regole, si ritiene indispensabile o si prende margini eccessivi perché non ha altri modi e spazi per dare sfogo alle sue qualità.

Ve ne sono molti tipi, a iniziare dal capitano-ombra, non quello che trama contro l'allenatore e si crea il proprio clan, ma quello che lavora per la squadra anche senza avere la fascia. Viene in mente Agroppi, che sapeva incoraggiare i compagni, specie quelli più giovani, accorreva in aiuto di chi aveva problemi o difficoltà, e per la squadra era pronto a interessarsi di tutti anche fuori del campo.

Altri hanno lasciato e lasciano un segno, anche se tra loro molto diversi e non tutti senza difetti. Per esempio, Ferrini e Baresi, che non hanno mai lesinato un grammo d'impegno o un'entrata assassina ed erano sempre pronti a fare carte false per la propria squadra, fino a diventarne dei simboli. Valentino Mazzola e Chinaglia, che suonavano la carica e avrebbero mangiato gli stinchi a chi si fosse tirato indietro. Rivera e Platini che, dall'alto della loro classe e signorilità, davano un tono e un carattere a tutto l'ambiente. Riva e Batistuta, che non sono mai stati grandi trascinatori, ma modelli di impegno e capaci di far vincere. Maldini e Bergomi, mai polemici o verbosi, capaci di dare equilibrio e tranquillità alla squadra. Maradona, che, finché non è stato tradito da se stesso e dagli altri, ha sempre giocato senza calcoli e paure, per la gioia di giocare, dando entusiasmo a tutti gli altri.

E per venire all’oggi, Del Piero e Totti, che si sono tatuati addosso le maglie della Juve e della Roma. Oppure i tanti capitani modesti e mai assurti alla gloria che, con l'impegno, il buonsenso e la volontà di chi sa di essere un calciatore operaio, sputa l'anima senza mai ripararsi dietro le rivendicazioni, le bizze e i ricatti per avere sempre di più, le tristezze e le nostalgie, l'insofferenza o le contorsioni dell'anima per giustificare i momenti no di tanti campioni.

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