Pillole

Le motivazioni al gioco nascono con il bambino, e si rafforzano man mano che si scoprono le attitudini e si sviluppano le abilità.

Dobbiamo, però, tenere conto di precise tappe, altrimenti inviamo stimoli che le estinguono o, quando non procuriamo grossi danni, rimangono inattive fino a portare all’abbandono.

Il bambino ricava piacere da ciò che fa, e non dai vantaggi che potrà ottenere in futuro, dal successo o dalla pura esecuzione. Non desidera ancora sentirsi migliore degli altri, anche se gioca sempre per vincere, mentre è sensibile a certe molle più intime, come l'impulso a superare il naturale sentimento d’incompletezza e il disagio di sentirsi incapace e incompleto nei confronti degli altri.

È motivato:

  • innanzitutto dallo sport proposto come gioco;
  • dalla possibilità di confrontarsi con coetanei, con i quali può vincere o perdere, ma non essere sempre un perdente;
  • dalla verifica dei progressi e dell’affinamento delle abilità;
  • dal sentirsi in grado di affrontare nuove situazioni e diventare sempre più padrone dei propri gesti;
  • dal rapporto che gli è offerto e che si conquista con l’adulto;
  • dall’apprezzamento per i successi e dall’accettazione delle sconfitte;
  • dalla possibilità di sbizzarrirsi con la fantasia e di creare senza l’obbligo di seguire schemi rigidi.

 

Il giovane è sempre spinto anche dalle motivazioni del bambino ma, verso gli undici, dodici anni, con lo sviluppo della capacità di pensiero astratto, inizia a progettare il futuro e passa ad altre sempre più interiorizzate e personali che, in definitiva, costituiscono il legame più solido con lo sport. Anche qui, però, con le dovute cautele. Tali motivazioni non sono automaticamente produttive. Anzi, in un clima d’insicurezza possono addirittura trasformarsi in spinte contrarie: se non arriva a ritenerle concretizzabili, non può che reagire con la rinuncia o con la ribellione.

È motivato:

  • dal bisogno di differenziarsi dai coetanei e prevalere per le proprie abilità;
  • dal desiderio di scoprirsi nuove abilità e dalla possibilità di esporre e far valere le proprie opinioni;
  • dalla prospettiva di raggiungere traguardi appaganti, anche in concorrenza con gli altri, e di scoprire, sperimentare e superare i propri limiti;
  • di verificare i miglioramenti e di essere apprezzato per ciò che sa fare.

Queste considerazioni suggeriscono che la sicurezza e l'interesse, nello sport come in qualsiasi altro campo, non derivano tanto dalle qualità di cui si dispone o dalla possibilità di raggiungere traguardi prestigiosi, quanto dal sentirsi sempre adeguati e sicuri nei confronti di richieste commisurate al periodo di sviluppo. E che la preparazione per competere ad alto livello è un processo continuo e mai angoscioso, frutto del proprio impegno e non di una fortunata combinazione di circostanze o di stimoli esterni.

 

Come usarle?

Bisogna ricordare che oggi il giovane vuole sentirsi riconosciuto prima di tutto per le proprie capacità e aspettative, e per come sa affrontare e modificare la realtà che gli si presenta. Ha più idee, anche se non sempre chiare, rispetto a quello di generazioni passate e più desiderio di essere trattato come soggetto che partecipa alle scelte che lo riguardano.

 

Come possiamo rinforzare e usare tutte le sue motivazioni?

  • diamogli regole chiare entro le quali poter creare e agire con tutta la libertà, ma alleniamolo alla responsabilità esigendo che rimedi agli errori e alle trasgressioni pagandone le logiche conseguenze;
  • offriamogli l'opportunità di contare per quello che fa;
  • non costringiamolo, ma chiamiamolo a cooperare e lasciamo che si sperimenti oltre ciò che gli possiamo insegnare;
  • raccontiamogliela sempre giusta, senza volerlo manipolare;
  • lasciamogli spazi perché possa decidere e creare;
  • diamogli sempre nuovi obiettivi da raggiungere con le proprie forze, in modo che non si appaghi o non si affidi a noi affinché lo portiamo per mano;
  • dopo i 12-13 anni, quando ha familiarizzato con il pensiero astratto, ragioniamo con lui, individuiamo e programmiamo obiettivi a lungo termine, perché è pronto a fare anche qualcosa che al momento non lo appaga e a impegnarsi nella cooperazione, e dunque, è pronto per l'insegnamento teorico, la specializzazione e il collettivo.

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