Pillole

Spesso i ragazzi sono protetti da tutto e appagati in tutto, ma parlare dello sport come sacrificio, rinuncia o fatica non ha significato.

In genere è un nostro appello ai valori, l’ultima risorsa, quando non sappiamo più come interessarli o li abbiamo ossessionati al punto da averli stufati di sport.

Sono d'accordo che tutti i comportamenti protettivi o permissivi tolgono il gusto di desiderare, di fare, di porsi obiettivi, o di scoprire fin dove possiamo arrivare, e non mettano in condizioni di rimboccarsi le maniche per farcela da soli.

Oggi noi adulti siamo convinti che più diamo più otteniamo, o forse ci sembra l'unico modo per ottenere, mentre i ragazzi hanno bisogno che ci interessiamo a loro, li aiutiamo a prendere le decisioni senza liberarli dalle responsabilità, li ascoltiamo e li aiutiamo, ma solo con il nostro parere, a risolvere i loro problemi.

Che invece nello sport, come in ogni attività o impegno che piace e interessa, serva la voglia di sacrificarsi è un luogo comune, un modo di dire che finisce per convincere gli allievi che è giusto sentirsi oppressi e annoiati o contrattare per impegnarsi.

Quando trasformiamo lo sport in sacrificio, togliamo il gusto del gioco e prepariamo l’abbandono. Non ce ne rendiamo conto, ma addirittura cambiamo i nostri modi di allenare. Per esempio, passiamo dal fare insieme qualcosa che interessa e diverte, al credere di dover neutralizzare il rifiuto di farlo o al dover stimolare impegno, due condizioni che sono estranee al giovane e allo sport.

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