Pillole

Nello sport, come nella vita, un bambino che non sbaglia non cresce, ...

... perché lo sviluppo è sperimentazione, scoperta e verifica delle abilità, iniziativa, esercizio di creatività, originalità e fantasia, capacità di imparare dalle esperienze e di correggersi, allenamento dell’intelligenza e acquisizione dell’autonomia.

Lo sport, come affermo da anni senza essere capito nonostante tanti tentativi d’imitazione, è un potente strumento educativo, perché può rispondere a tutte le esigenze dello sviluppo, contribuire, insieme alla famiglia e alla scuola, alla formazione della personalità e del carattere e darci un adulto autonomo, responsabile e costruttivo.
Oggi, invece, non esercitiamo ancora questa funzione. Attuiamo ancora un rigido controllo e ci aspettiamo continue prove. Disapproviamo qualsiasi tentativo che possa esporre all'errore. Imponiamo la nostra soluzione prima ancora di aver capito quali sono le qualità e le risorse di cui dispongono gli allievi. Risolviamo tutto per guadagnare tempo e accettiamo solo realizzazioni perfette. E se a volte sembriamo accettare le loro idee, li umiliamo non mettendole mai in pratica, e per stimolarli li illudiamo di essere campioni, salvo poi non spiegare che era uno scherzo.
Alleniamo la mente con soluzioni o ripetizioni come si allena il corpo, ma la mente ha risorse del tutto individuali che si possono esprimere solo con la libertà di creare il nuovo, e quindi di poter incorrere nell’errore. Cerchiamo, quindi, una piatta uniformità e aderenza alle regole piuttosto che lasciare spazio all'ingegno, anche se così lo sport non sviluppa e perde la più grande qualità dell'uomo e dello sportivo.

 

Perché condanniamo e temiamo l'errore?

Crediamo che per non acquisire abitudini sbagliate sia meglio imparare subito la soluzione giusta ma questa affermazione è un limite.
Tra un bambino che ha assorbito in maniera passiva cento soluzioni e un altro che abbiamo portato a crearle con il proprio ingegno non c’è confronto. Il primo avrà tante informazioni che non sa padroneggiare e impiegare per essere creativo, mentre il secondo avrà acquisito la sicurezza per trovarle da solo e impiegarle secondo quanto prospetta la situazione.
Abbiamo paura di non saper conciliare creatività, originalità e libertà con l’aderenza alle esigenze reali, ma il bambino non è una somma d’istinti da neutralizzare. È una potenzialità che va indirizzata, ma di lì in poi lasciata libera, perché l’ingegno frenato diventa irrequietezza e ribellione. E senza timori, perché se abbiamo intesa e condividiamo indicazioni e obiettivi, i giovani ci offrono come risposta una vasta gamma di comportamenti diversi secondo i mezzi di cui dispongono, ma sempre in accordo con le nostre attese.
In pratica, temiamo le iniziative stravaganti e non controllate, ma in questi casi basta chiarire le nostre opinioni, e se abbiamo intesa capiranno. Se, invece, assumono iniziative ragionevoli e solo difficili da realizzare approviamoli, perché stanno esercitando creatività e ingegno. E se, pur con errori e tentativi ancora incerti, non si abbattono di fronte alle difficoltà o all’errore, utilizzano la nostra opinione per arrivare alle proprie soluzioni, o impiegano gli strumenti più adatti agli obiettivi, incoraggiamoli, perché più dei risultati concreti ci devono interessare gli sforzi e i modi che impiegano per raggiungerli.

 

Il divieto disturba

Il divieto di sperimentarsi, e quindi di sbagliare, non disturba solo lo sport.
Uno sviluppo armonico della persona percorre momenti che non si possono perdere, perché i loro effetti non sono recuperabili. Pensiamo all’intelligenza, che si esprime a tre livelli complementari tra loro, ma nettamente diversi. Il primo, quello dell'apprendimento, è facile da raggiungere: è sufficiente fare come si è sempre fatto, anche se il giovane è sempre meno disponibile a seguirci come un puro esecutore. Il secondo, quello della critica, ci obbliga ad ascoltarlo, a cercare le sue opinioni e anche ad aspettarci che ne abbia di migliori delle nostre e a fare qualcosa perché partecipi e non resti solo un recettore passivo. Il terzo, quello della creazione e dell'iniziativa personale ci affascina di più. Un bambino che mentre impara si abitua a sentirsi soggetto e protagonista attivo del mondo che lo circonda, crea e produce qualcosa di suo, si sperimenta e intanto va nella direzione che ci aspettiamo, è l'obiettivo che può distinguere la nostra presenza di educatori nello sport da qualsiasi altra situazione d’insegnamento.
Lo sport allena solo il primo livello, e lo fa con indicazioni precise e non discutibili che non lasciano spazio alla creazione, mentre il secondo potrebbe portare gli allievi a valutare lo stile e le decisioni dell’allenatore, e il terzo essere valutato come anarchia, improvvisazione e mancanza di guida, ma soprattutto espone all’errore, perché la creatività e l’ingegno non sono tali se percorrono solo campi conosciuti e sicuri.

 

L’autonomia preoccupa

Disturba l’autonomia, che è un modo di vivere e di proporsi che si raggiunge per gradi e attraverso prove ed errori. Non la sappiamo governare, perché la confondiamo con l’assenza di regole e vincoli, quasi licenza di fare da soli e rifiutare di essere guidati, ma l’autonomia non è anarchia o uno spazio eccessivo che non si sa amministrare.
È la forma più evoluta di responsabilità, perché un allievo autonomo ci mette del suo quando impara o prende iniziative, ed è più disponibile, perché non ha bisogno di opporsi o di fare di testa sua. Anche noi, però, se non vogliamo soffocare la creatività, l'iniziativa e la responsabilità, dobbiamo aver raggiunto la nostra, perché nell'educazione non possiamo trasmettere ciò che non possediamo.
In definitiva, come possiamo sviluppare la creatività e l'iniziativa se non lasciando che il bambino si alleni ad affrontare da solo le situazioni o provi anche a rischio di sbagliare? Come esercitarlo a essere libero e responsabile se gli imponiamo solo comportamenti privi di rischio e non gli lasciamo l'opportunità di sbagliare e di correggersi? O come allenarlo all'originalità, se continuiamo a offrirgli soluzioni definitive o gli chiediamo delle pure imitazioni? Tutto ciò porta a una considerazione fondamentale: solo rispettando queste condizioni possiamo consentire al bambino di scoprirsi, di prendere confidenza con il proprio corpo, con l'ambiente e con il proprio mondo interiore e di sperimentare tutte le qualità che possiede.
Disturba la creatività, che è la capacità di vedere nuovi apporti, di produrre idee e intuizioni e di allontanarsi dagli schemi di pensiero comuni o, anche, la condizione per conferire all'azione un più elevato grado di funzionalità. La creatività deve poter essere esercitata in qualsiasi momento dell'attività, in gara e fuori gara, perché se non lasciamo che il bambino possa provare ciò che gli detta la fantasia, trovare da solo le condizioni e i mezzi che gli sono più utili per esprimersi e sbagliare perché tenta il nuovo, avremo un piatto esecutore anche fuori dello sport.
La creatività deve essere lasciata libera di esprimersi anche quando non è ancora pratica. In questo caso la nostra abilità consiste nel limitarla quando è improduttiva e nel valorizzarla quando sentiamo che dietro vi è dell'ingegno. E, soprattutto, non creiamo ansia, tensione e insicurezza, non pretendiamo un agonismo esasperato ed evitiamo inutili pressioni, altrimenti la mente non trova la sicurezza per scoprire e mettere subito in pratica le soluzioni dell'intuizione e opera solo per non incorrere nell'errore.
In definitiva, la genialità, o tutto ciò che ci distingue dagli altri, va difesa e alimentata, e non soffocata solo per evitare un errore, anche se qualche cattivo maestro teme che un'attenzione particolare verso chi la possiede possa creare una specie di casta che non lascia spazio agli altri.

Tratto dalla rivista IL NUOVO CALCIO.

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