Pillole

Nello sport, la mente non ha troppa considerazione.  Diceva un famoso allenatore: “Sono dei muscolari. Perché devo lasciare che facciano sciocchezze mentre io conosco le soluzioni giuste?”. E un altro: “Io traccio i binari, e loro ci devono correre sopra”.

La mente si può definire in tanti modi, ma basta considerarla l'insieme delle funzioni superiori del cervello, come il pensiero, l’ingegno, l’intuizione, la creatività, la ragione, l’iniziativa o la capacità critica. Si vede meglio negli sport che impongono scelte immediate, ma anche in quelli che non richiedono decisioni improvvise e impreviste. Nella maratona, per esempio, regola il rendimento, crea le condizioni per arrivare alla gara nello stato psicofisico più adatto, trova da sola soluzioni per avvertire meno lo sforzo e utilizzare meglio le energie e crea una specie di distacco con la sensazione di fatica.
Ha regole proprie e particolari, e va sviluppata secondo precisi tempi e principi. Per esempio, va lasciata libera nel bambino, che ha bisogno di scoprire e non ha interesse per quelle che conosce e può usare l’adulto. Se è appesantita di obblighi, specie se non graditi o contrari alle naturali motivazioni, non risponde alle richieste e agli stimoli. Ha grandi potenzialità che, dentro precisi limiti, vanno lasciate libere di esprimersi, e non sollecitate con stimolazioni maldestre. Conserva le esperienze essenziali per l’apprendimento e, nello sport, per la preparazione della gara, perché conserva i ricordi e le sensazioni favorevoli di quelle giocate meglio, e li può richiamare e vivere nella loro intensità in quelle successive.
Rifiuta le richieste eccessive o banali. Le prime, perché sono misurate dagli altri e non tengono conto delle possibilità di chi le deve soddisfare, che hanno misure e tempi diversi. Le seconde perché non si può ignorare che una mente creativa sottovalutata o frenata trova vie stravaganti o pericolose per esprimersi.
Le funzioni della mente vanno trattate con attenzione e cautela, perché è delicata e anche pericolosa. Per esempio, se lo sportivo non è allenato a dirigerle e moderarle, a volte sono anche un rischio, come la creatività e l’iniziativa, che possono scegliere vie improduttive, o come la critica, che è facilmente inficiata da pregiudizi e porta a scelte irrazionali. Lo sport le utilizza poco, quando ignora che lo sportivo arriva alle qualità del talento soltanto con le proprie scoperte e iniziative, e non con l’esecuzione di indicazioni pensate da altri. Cerca la governabilità e l’uniformità piuttosto che lasciare spazio all'ingegno, perché l'invenzione non riuscita o l'errore si pagano. E un agonismo prematuro organizzato per vincere impone l’uso di gesti collaudati, ed esclude l’inventiva e la ricerca del nuovo, che al momento possono esporre all’errore.
Altri freni derivano dagli eccessi emotivi, come la troppa tensione, che dovrebbe dare vivacità, impegno, ed energia fisica. Tutti, però, ricordano di avere disputato le gare più belle con uno stato d’animo lucido e sereno, che non significa distaccato o distratto, ma sintetizza la maggior parte delle funzioni superiori della mente. Permette di cogliere, analizzare e prevedere quanto accade e sta per accadere, di scegliere le soluzioni che offrono il maggior numero di sviluppi, di creare situazioni favorevoli per il collettivo, e di interpretare le condizioni della gara e mutarle in soluzioni non previste. E, non ultimo, di abituarsi a correggere gli errori al momento.
Come usarla? Non può essere forzata, perché risponde al piacere e all’interesse, e sceglie in modo automatico tra il troppo e il possibile. Per capirci, “devi fare” è un ordine che ignora le motivazioni, cioè gli stimoli naturali per impegnarsi a fare, sollecita resistenze e non tiene conto delle possibilità di chi è chiamato a eseguire. “ Prova a fare”, invece, dice a un giovane che può anche sbagliare, gli lascia la libertà di scegliere gli strumenti più utili, al momento sono i suoi, che conosce e sa usare, non minaccia un giudizio per un errore o un insuccesso e incoraggia a riprovare.

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