Pillole

Si è già parlato molto di genitori fuori dalle righe in famiglia, nella scuola e nello sport, ma occorre ritornarci. Nella scuola scadono nella violenza contro gli insegnanti, in famiglia li puniscono o li giustificano in tutto senza educarli e nello sport giocano contro i figli. Un’allenatrice ha cacciato i genitori dalla palestra e ha ricevuto solidarietà da ogni parte, ma non tutte le pecore sono nere...

Le ha provate tutte e alla fine non gliel’ha più fatta. Non si può darle torto, ma tutti ci auguriamo di collaborare, perché la formazione è un compito educativo che li deve coinvolgere.

Le istituzioni che governano lo sport non si limitino più a gestire il carrozzone. Dopo aver copiato e non capito che educazione non vuole solo dire usare buone maniere, ma formare adulti liberi, autonomi e responsabili, devono fare qualcosa anche per i genitori. Devono, prima di tutto, informarli che stanno giocando contro i loro figli.

I più quieti hanno solo bisogno di conoscere gli effetti dei loro comportamenti sui figli, che vorrebbero aiutare, ma danneggiano. Il più comune, quasi fisiologico, vede e tratta il proprio come se fosse il migliore, ma non basta farglielo credere perché lo diventi. Occorre fargli capire che ognuno può dare solo ciò che ha, e che chiedergli l’irrealizzabile crea un insicuro che non arriverà dove gli sarebbe possibile. Il suo compito è aiutarlo ad arrivare ai livelli che sono alla sua portata, che vuol dire il massimo, mentre dimostrarlo se non ne ha i mezzi, è una condanna che lascerà dei segni.

Quello che, per fare il sicuro campione, sceglie un metodo oggi fuori del mondo, perché i giovani hanno troppi modi per sottrarsi o reagire. È convinto che punirlo per gli errori e le sconfitte, trattarlo da incapace o dipingere un mondo troppo difficile per dargli carica, stimoli l’orgoglio e tiri fuori il leone che c’è in lui. Ieri poteva bastare, ma oggi è quasi certo che il figlio, neppure sottovoce, risponda: “Hai ragione papà, spingi tu”. Crede che la paura di non farcela dia coraggio, o che chiedere l’impossibile faccia trovare forze che non si hanno. Deve essere informato che la punizione crea distanza, e un astio che si rivelerà quando il figlio sentirà di potersi opporre. Sarà facile che la restituisca e, nei casi fortunati, risponda con l’inettitudine e la rinuncia per punirlo, ma può andare peggio. Un giovane vorrebbe sempre vincere, e se non ce la fa ed è anche punito, può scegliere vie pericolose.

C’è l’addestratore convinto che il figlio sia materia da modellare, e lui l’unico che lo possa fare. Lo allena a casa, perché vorrebbe il campione che lui non è stato. Gli dà consigli ovviamente diversi da quelli dell’istruttore, e tutti a suo vantaggio. Bisogna fargli capire che, in una squadra, chi si vuole distinguere anche a svantaggio degli altri, non si sente parte del gruppo o si mette contro e non collabora, non impara, gioca da solo ed è destinato a essere escluso. Che dire a un giovane che può essere solo il migliore, impone un compito impossibile e crea uno sconfitto. E che l’istruttore, che si comporta allo stesso modo con tutti e lavora per formare un collettivo, non sa che farsene di chi gioca contro.

C’è anche il genitore difficile da correggere, che va oltre il sostegno e la certezza che il figlio sia un campione. Pretende che vinca, e non importa come. Convinto che basti per ottenere risultati impossibili, lo incita a utilizzare anche mezzi furtivi, sleali o violenti, e usa stimolazioni eccessive. Sostituisce la scoperta e l’uso delle qualità con scorrettezze e trucchetti, e va contro il suo talento. Non sa di farlo per riscattare le proprie delusioni e ottenere gloria dai suoi successi, e neppure di giocare contro se stesso, perché un figlio spinto a essere scorretto e violento, quando sarà ridimensionato, lo sarà anche con lui.

Il peggiore è quello che urla, insulta anche i bambini, incita a far male, minaccia, vuole la rissa e picchia. Va aiutato a capire ma, se non cambia, non resta che allontanarlo.

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