Pillole

Di solito si attribuisce all’aggressività un significato negativo ma, a determinate condizioni, è una pulsione indispensabile per impiegare tutte le energie nella gara. Non implica sentimenti ostili nei confronti dell’avversario e non ha bisogno di essere istigata, perché lo sportivo ha per natura tutta quella che gli serve.

L’aggressività positiva è stimolata dal piacere di usare le proprie capacità, provare il gusto del gesto tecnico, sfogare l’esuberanza fisica e, naturalmente, anche vincere. Favorisce la concentrazione e il controllo dell’ambiente, perché è uno stato della mente lucido e controllato. E, infine, incanala le energie verso il gioco, perché il piacere e la sicurezza escludono pensieri che disturbano, ansia e ricerca di misure solo difensive contro la paura di perdere.

Quando è misurata per intensità e direzione, non va confusa con l'aggressione, il furore agonistico, una frenesia priva di controlli o la violenza, emozioni che contrastano la lucidità, il controllo della situazione, l’impiego delle energie nel gioco e la possibilità di restare concentrati sulla prestazione. Lo dimostra il campione, che è lucido, mai frenetico o carico di rabbia, e impiega il gesto tecnico pulito invece di aggredire l'avversario.

L’aggressività scomposta e lesiva, invece, è uno stato emotivo utile per le reazioni istintive, in pratica l’attacco e la fuga, ma non per lo sport, perché soffoca il gioco, la concentrazione e l’anticipazione di ciò che avverrà in gara. Il rendimento, infatti, è come un’U rovesciata: prima manca la giusta attivazione, che è difetto di aggressività naturale, e dopo è eccessiva e agisce come un freno che ostacola l’apprendimento e l’uso del gesto tecnico pulito. È un blocco per il talento, che non può far valere i propri mezzi tecnici, e si deve adattare a modi che gli altri usano meglio.

L’aggressività negativa nasce soprattutto da tensioni che si creano nell’illusione di stimolare l’impegno, come parlare di gara difficilissima e l’appello alla rabbia o allo spirito di rivincita, strumenti sotto la sfera emotiva, che frenano gli automatismi, la lucidità e l’iniziativa. L’errore, quindi, è che stimolare tensione sperando di ottenere qualcosa in più sul fisico, dà una condizione che diminuisce sicurezza, padronanza e attenzione, che toglie molto di più alla mente e, quindi, alla prestazione.

Per un’aggressività giusta, prima di tutto, l’istruttore non chieda a un giovane un agonismo prematuro ed eccessivo. E poi, non ingigantisca le difficoltà della gara e le richieste di furore e la rabbia, che sono stimoli che aumentano ancor più la tensione. Elimini le lunghe concentrazioni per cancellare sensazioni o pensieri estranei e pensare soltanto alla gara, perché lo sforzo per cancellarli riduce l’attenzione, e procura paura di non essere concentrati e un’insicurezza che si crede di annullare con la frenesia e un eccesso di aggressività. Questi interventi creano paura di non essere pronti e un senso di fatica come aver giocato una partita intera, mentre la condizione psicofisica ideale è piacere, entusiasmo, impazienza di misurarsi, sicurezza, prontezza nel trovare le soluzioni, rapidità nelle scelte e controllo delle proprie risorse.

Il giocatore può non avvertire la fatica, ma si rende conto di non essere ben presente e attento allo sviluppo delle azioni di gioco, e di non trovare soluzioni creative perché, oltre il livello utile di eccitazione, calano bruscamente lucidità, attenzione e sicurezza, che sono fattori essenziali per il rendimento.

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