Pillole

L'istruttore, che se ne renda conto o no, è una figura importante che può sbagliare più nella formazione della persona che dello sportivo, che da solo è poca cosa, e per allenare un giovane a un agonismo sbagliato, basta annullare i caratteri che servono per quello giusto.
L’istruttore che chiede ai giovani una competitività e comportamenti da adulti, e intanto usa sistemi che li mantengono bambini, propone un agonismo sbagliato.

Gli esempi sono tanti. Quando tratta l'allievo come un esecutore passivo che non deve mai uscire dalle righe e si aspetta che assuma le iniziative autonome necessarie in gara. Gli dà tutto stabilito e pensato, e si aspetta che sappia assumere da solo le iniziative necessarie per vincere. Gli insegna a essere sleale e scorretto e a non rispettare le regole con tutti e si aspetta che con lui sia sempre corretto, rispettoso e solo disposto a ubbidire. Lo insulta e lo punisce se perde come lo avesse fatto volutamente, e lo umilia quando è già scoraggiato. Per far vedere chi comanda, gli impone obbedienza e sottomissione, invece di cercare intesa e abituarlo a collaborare. Dipinge l'avversario come un nemico anche da abbattere, e così non lo abitua ai rapporti armonici che servono fuori e dentro lo sport. Lo premia e lo esalta per il risultato e non per l'impegno e le intenzioni, e in questo modo non lo stimola a migliorarsi. Non gli concede la libertà di creare, sperimentarsi e trovare soluzioni e, quindi, non lo stimola a sviluppare decisione e iniziativa. Giustifica tutto purché gli garantisca il risultato, e inevitabilmente non lo abitua a valutare la qualità della prestazione e a correggere gli errori. Lo obbliga a doversi difendere da giudizi inutili e affrettati che lo rendono insicuro, fino a farlo dubitare di poter essere autonomo, responsabile e costruttivo. Infine, non gli consente di partecipare alle decisioni che lo riguardano, di rispondere con creatività e iniziativa e di imparare ad amministrarsi da solo, che sono fattori essenziali per arrivare alla condizione di adulto.

Tutte queste condizioni, che durano nel tempo o sono soprattutto legate alla gara, alla fine vanno contro le condizioni psicofisiche che regolano il rendimento. Contrastano la freschezza della mente, la sensazione di autoefficacia, la capacità di essere presente alla situazione, la libertà dalla paura e l’assillo spasmodico del risultato, che l’istruttore fortifica con termini quali rabbia, cattiveria, aggressione o, addirittura, odio, che evocano e attivano un’aggressività non controllata nell’intensità e nella direzione.

Infine, l’istruttore che giustifica tutto in nome del pieno di adrenalina, che serve per agire “d’istinto” di fronte a un pericolo, ma ha poco a che fare con la lucidità e la consapevolezza di poter far fronte a tutti gli imprevisti della gara, che servono per il rendimento. Tiene, però, poco conto dell’ansia di sbagliare e di fallire, che sviluppa insicurezze, paura di deludere e di non contare, e sentimenti d’inadeguatezza e incapacità.

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