Pillole

Lo sport è attraversato spesso da sospetti di favoritismi o anche solo di sudditanze psicologiche. È già successo, ma è tempo che anche lo sport non crei le occasioni perché il sospetto diventi un pretesto di violenza allo stadio di vittimismo e di delegittimazione degli avversari fuori.

Se ne parla meno, forse perché sono stati introdotti strumenti tecnologici di controllo, ma se ne parla ancora, soprattutto dopo qualche episodio dubbio che coinvolge squadre di vertice. Anche se è meglio non parlare di favoritismi e congiure, è possibile che un arbitro, in modo inconsapevole, sia portato a credere che il giocatore e la squadra più forti non abbiano bisogno di ricorrere all’inganno.

Non sembra, però, in calo la cultura dell’inganno. C’è ancora chi cerca tutti i modi per condizionare gli arbitri. Insegna finezze e stratagemmi di ogni tipo e autorizza i giocatori a simulare, a lasciarsi andare a vittimismi o a reclamare anche se hanno torto, buttarsi a terra per lucrare una punizione. Oppure, ad alzare subito le braccia dopo un fallo per confondere l'arbitro o a circondarlo per creargli dei dubbi e indurlo a cancellare una decisione contraria, o a compensarla, appena possibile, con una favorevole.

Che si continui a cercarla, significa che ci può essere l'arbitro che s'impressiona per comportamenti difficili da frenare che possono scatenare gli spettatori, esibizioni plateali di vittimismo o d’ingiustizia, e ne è influenzato. Ed è anche possibile che proprio quelli che non accettano questi comportamenti, anche loro inconsapevolmente, siano più severi proprio nei confronti dei furbacchioni. È più facile, però, che gli arbitri decidano con la propria testa e si aspettino squadre e giocatori corretti, rispetto per le loro decisioni e collaborazione per far andare bene la gara.

Tutte queste finzioni sono comportamenti sleali e anche infantili che influenzano i giovani più immaturi e gli adulti che lo sono rimasti. Copiare ed esibire finzioni così palesi e atteggiamenti piagnucolosi e furtivi è un adattamento passivo che attira solo i più fragili e li spinge a imitare i tifosi violenti. Il comportamento da vittima non tutelata o ritenuta ingiustamente punita, e quindi vissuta come piagnucolosa, istiga alla vendetta e allo sfogo contro i tifosi avversari. Questo tipo di giocatore, infatti, delega la parte di pubblico che perde facilmente il controllo, come sono i paurosi e gli eroi da branco che, quando si possono scatenare senza troppi rischi, non hanno misure ragionevoli. Se il discorso è poco chiaro, basta pensare a un incontro di pugilato. Lì il pubblico urla, ma non è violento, perché il pugile è una “figura forte” che ci pensa da sola a tutelarsi e a non sembrare una vittima fragile da difendere e vendicare.

Infine, le recite false in campo e il vittimismo hanno anche un effetto che va contro chi li esibisce. Per esempio, ha senso, specie a livello giovanile, sostituire la ricerca di un gesto tecnico pulito, che significa cercare una soluzione tecnica efficace e continuare a imparare, con una recita che fa marpione, ma anche un po’ vile e furbastro? E se parliamo di un talento, non è ancora più grave bloccare l’ingegno, che fa trovare una soluzione originale e creativa, con una furbata che non dà nulla?

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