Pillole

Sembra che il sermone prima della partita sia ancora una pratica piuttosto frequente a tutti i livelli dello sport. Aumenta o riduce la concentrazione?

Il sermone e il ripasso prima della gara
Parliamo prima della squadretta di paese messa insieme prendendo tutti, da quelli che se la cavano a quelli che sono lì per fare numero, e affidata a un allenatore entusiasta, disponibile e ammirevole per impegno e dedizione, ma povero di esperienze. Perché fa il sermone? Si dice che lo fanno in serie A, dove sanno tutto sui metodi più efficaci, mentre loro hanno a che fare con ragazzi impreparati, che non sono mai stati in un vero settore giovanile. Sicuramente qualche indicazione o raccomandazione in più può essere utile. Male che vada, imitarli vuole dire acquisire la garanzia di non sbagliare, non essere accusati di trascurare i ritrovati presi da ogni parte del mondo e, quindi, non essere biasimati per non saper fare nulla.
Che cosa produce un sermone prima della partita? È più interessante vederlo nello sport che conta, magari nelle serie superiori. La critica sembra severa, ma non si vuole sminuire l’entusiasmo dell’allenatore. Si vuole aiutare, perché nel suo percorso non è mai stato preparato a usare altri metodi. Basta assistere a questo tipo di sermoni, e cercare di capire le reazioni dei giocatori. Qualcuno scuote la testa con un ritmo monotono che sa di dondolio piuttosto che di risposta a qualcosa che si è capito o si condivide, come a rassicurare dell’attenzione e dimostrare un’approvazione sincera. Altri, come presi dal discorso, stanno con lo sguardo fisso ma perso nel vuoto a seguire pensieri loro che non riguardano la partita. E altri, ancora, fanno esercizi di riscaldamento in piedi, forse per far vedere una partecipazione vera a un discorso che dovrebbe mobilitare tutte le forze per la partita.
Se li Interroghi, pochi ricordano tutti gli avvertimenti, i consigli e le cautele, in pratica, tutte le contromisure per fermare l’avversario. E per fortuna perché, come capita nelle cerimonie per fissare e non perdere la concentrazione, l’avversario diventerebbe più forte e temibile di quanto non sia davvero. Nell’immaginazione, l’avversario farebbe solo giocate eccezionali da neutralizzare con gesti altrettanto perfetti che si sa di non possedere.
Come avviene che pensare a un proprio intervento adeguato si possa trasformare nel timore di non sia efficace? Perché non c’è la verifica sul pratico: chi ha giocato e ricorda di aver provato toppa ansia prima della gara, sa che la sicurezza si avverte davvero quando si sono fatti alcuni interventi positivi, e quindi sul pratico, e non solo nella fantasia. Perché il ragionamento è lento, mentre il gioco richiede lucidità, immediatezza e creatività, che operano ai livelli superiori dell’intelligenza, dove agisce il talento. Perché non si può pensare di neutralizzare una precisa iniziativa con l’intervento numero tot, come mi ricorda il caso del portiere che, per essere pronto nel caso di un rigore, ripassa tutte le parate per trovare quella giusta quando partirà il tiro. E, infine, perché il giocatore nella partita deve entrare lucido e senza la mente fissa, così da saper far fronte in modo immediato a ogni situazione che si presenta: in pratica, nell’allenamento si può ragionare su un gesto da imparare, mentre in gara serve l’immediatezza degli automatismi.
Ogni giocatore ricorda che queste cose, sempre le stesse, le conosce da quando ha giocato la prima gara, e pensa che ognuno dovrebbe essere libero di prepararsi con i metodi che per lui sono più efficaci. Ci sono, però, anche quelli che ascoltano davvero per sapere qualcosa di più sulla gara o su qualche avversario per non trovarsi impreparati di fronte a certe sue caratteristiche particolari. Purché non le vogliano conoscere tutte per preparare le contromisure per ognuna, perché in campo tutto avviene all’istante, e non ci si può fermare a ricordare consigli e raccomandazioni. O quelli che interpretano il sermone e le abitudini sempre ripetuti come un rituale che porta bene, come gli stessi cibi la sera prima, lo stesso cerimoniale il mattino o lo stesso vestito di “quella volta che abbiamo vinto”.
C’è, però, sempre qualcuno che prende tutto troppo sul serio, di solito i meno tranquilli, che in questo modo rimarrà tale.
E allora, lasciarli da soli? La presenza non è riempirli di parole, dare consigli o accertarsi che ricordino tutto quando non hanno bisogno di altro se non di sentirsi preparati per la gara, ma essere pronti a rispondere se qualcuno chiede perché sente di averne bisogno.

 

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