Pillole

Oggi, il talento è entrato nella produzione di massa: basta che non crei problemi e faccia meglio ciò che fanno tutti. Lo sport lo addestra, ma ne perde l’ingegno e la creatività.

I talenti sono personaggi difficili. Ognuno è diverso dagli altri e va trattato in una maniera tutta particolare, e tutti reagiscono in qualche modo agli errori di chi li guida. Neppure lo sport ha le idee chiare. Non sa com’è, pensa e ragiona, e non è riuscito a sviluppare un metodo per capirlo e formarlo. Ognuno, quindi, finisce per trattarlo a modo suo o applicare una regola generica e uguale per tutti, che lo rende più difficile da guidare.

Ieri, o forse ancora prima, lo sport era attratto dal fantasista imprevedibile e geniale e, quindi, difficile da controllare. Lo subiva e ne trattava la creatività, l'iniziativa e l'ingegno come impulsività e autocontrollo labile, ma gli piaceva. Cercava di frenarlo perché credeva di doverlo controllare, e intanto lo coccolava e lo blandiva perché accettasse di essere costruttivo. E, alla fine, si accontentava di ciò che un talento grezzo poteva dare, oppure cercava di frenarlo con le buone per non perderlo o renderlo più incontrollabile. C'era qualche ragione. In effetti, il talento con dentro tanta inventiva e vitalità, da solo non si pone limiti sufficienti, oppure si sente oppresso e reagisce uscendo di misura.

Lo sport di oggi, invece, sembra non riconoscerlo come tale e, in nome di un'uniformità più controllabile, neutralizza proprio i suoi caratteri più specifici. Cerca e sviluppa in tutti le stesse qualità in modo da integrarle, ma rifiuta la diversità, che è la vera natura del talento e, alla fine, si accontenta che faccia meglio ciò che sanno fare anche gli altri. Insegna schemi e gesti uguali per tutti e copiati dal campione, pretende un agonismo che mortifica la tecnica e chiede di imitare, ma non chiama in causa gli altri livelli dell'intelligenza, cioè la critica, che è capire e valutare, la creatività, che è la manifestazione dell’ingegno, e l'invenzione, che ne è il livello più alto. E così ha l'atleta con lampi improvvisi, ma non padrone delle sue qualità, non portato a impegnarsi per migliorare, discontinuo e non decisivo quando potrebbe esserlo.

Allena il fisico e la tecnica, ma non la mente, che non conosce e con la quale occorre la stessa cura, ma con più cautela e altri interventi. Pensiamo ad alcune qualità e facoltà come comportarsi da leader, conoscersi e utilizzarsi, l'iniziativa non comandata, imparare e correggersi, la responsabilità non guidata o la sicurezza. Cerca di insegnarle o, addirittura, di imporle, ma non crea le condizioni perché il talento le scopra, le esprima e le possa impiegare.

Non lo porta a conoscere tutto di sé e del proprio lavoro in modo che si sappia gestire: chi è, com'è, cos'ha e che cosa gli manca, le potenzialità e come svilupparle, come usare ciò che gli insegna, come farlo arrivare alla continuità. Non gli chiede contributi, partecipazione, idee e coraggio per provare, perché ha paura che non sia costruttivo. E non gli trasmette l’interesse per scoprire cosa c'è dietro un errore, per trasformarlo in un colpo d'ingegno o correggerlo, o dietro una "magia" per farla diventare continuità.

Lo allena a misurarsi solo per la vittoria, che per i giovani è banale, e addirittura negativa se non fa imparare, ma non a utilizzare ogni risorsa e andare a vedere fin dove può arrivare, che è il modo più efficace per vincere. Gli offre dati accertati e soluzioni, ma non lo spinge ad andare oltre ciò che gli insegna, perché conosce le qualità che di solito si attribuiscono a ogni talento, ma non quelle proprie di ognuno, che sono la parte in più sulla quale l'allenatore può lavorare e creare se anche lui è un talento.

Vuole risultati e non lascia che provi dove potrebbe sbagliare, ma senza questa libertà e solo con percorsi obbligati, lo allena a imitare e ripetere, ma non a creare e fare dove servono il dubbio, la curiosità, l'iniziativa libera, il rischio dell'errore e l'allenamento a correggersi. Cerca di tenerlo a freno, perché ha paura di non saper controllare la sua vitalità e il suo bisogno di valorizzarsi, e proprio questa precauzione diventa l'intervento più negativo. Quando ci sono intesa e possibilità di fare ed esprimersi, infatti, il talento va, come si dice, sul "versante utile" dello sport e diventa il leader e l'atleta costruttivo. Se, invece, trova inutili freni e opposizioni, la sua genialità va verso qualsiasi situazione che le offra la possibilità di esprimersi, e può diventare creatività futile o distruttiva.

Il talento ha bisogno di libertà, ma occorre che sia sempre responsabile e paghi le giuste conseguenze delle proprie mancanze. Lo sport, invece, a volte è severo e, altre, troppo tenero. Quando si convince che non ha più tempo e pazienza per aspettarlo o non ce la fa più a tollerare gli abusi che gli ha permesso, lo tratta in modo particolarmente duro. Lo punisce più severamente se prima lo ha blandito, e spesso anche dovuto subire, ma in questo modo rinfocola il conflitto o lo scoraggia di più se è già abbattuto. Oppure finge di non vedere perché fa vincere. Aspetta che “capisca”, non lo corregge e spera che con il tempo si disciplini da solo, ma in questo modo accetta semplicemente la sconfitta.

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