Pillole

Ogni genitore vuole il bene del proprio figlio, ma non basta, e tanti farebbero qualsiasi cosa, lecita o proibita, per vederlo sempre vincitore.
Il genitore che serve evita gli interventi maldestri, rispetta l’età del figlio, favorisce lo sviluppo della personalità e del carattere, lo valuta per ciò che è, insegna a competere in base alle proprie capacità, non pretende che cresca a sua immagine, lo stima nonostante i limiti e gli errori, fa osservare regole ben chiare.

Chi si aspetta consigli per trasformare tutti in campioni resterà deluso. Innanzitutto, perché ognuno può dare solo ciò che ha, poi, perché qualsiasi idea di un genitore inesperto e coinvolto, disturba uno sviluppo equilibrato del figlio e, infine, perché chi è preparato, sa che sarebbe solo negativo. La prima attenzione è evitare gli interventi maldestri, che subito sembrano più utili e nascono di solito da buone intenzioni, e per questo troppi si ostinano a non abbandonarli.

Vediamo il genitore libero da queste scappatoie. Rispetta i tempi dello sviluppo e, quindi, al bambino non chiede prestazioni, progetti, un impegno e un’applicazione che fin dopo i dieci anni non è in grado di dare. E, se non ne ha i mezzi, non li chiede neppure più tardi, perché è la prima condizione perché continui a considerare gradevole lo sport e a trarne tutti i benefici. In questo modo, chiedendogli solo cose possibili, favorisce lo sviluppo della personalità e del carattere, lo convince che ce la potrà sempre fare, e non rischia di formare un insicuro rinunciatario. “Poi gli passa”, dirà qualcuno, ma questi tratti del carattere, una volta assunti e stabilizzati, tendono a restare invariati e impegnare in una lotta contro le paure anche quando non avrebbero più motivo di esserci.

Lo valuta per ciò che è e, quindi, esercita una critica obiettiva e usa sempre messaggi veritieri, che sono gli unici modi per avere la via della comunicazione e della fiducia con i figli sempre aperta. Le valutazioni in eccesso o in difetto scoraggiano e allontanano, mentre una verità, anche amara, è sempre segno di stima. Se lo sopravvaluta, infatti, gli prescrive un compito impossibile, e alla fine gli crea ansie da prestazione tutte le volte che si deve misurare, fino a ritirarsi anche di fronte a compiti che sarebbero alla sua portata.

Se, invece, lo sottovaluta, il figlio ci può credere e considerarsi non solo incapace, ma anche colpevole di deludere il genitore. Oppure, può tentare di rimediare cercando meriti a spese degli altri, fino a non riuscire a giocare nel gruppo e a prendere contributi dai compagni. In questi casi, certi genitori incitano i figli a un’aggressività eccessiva o tentano di insegnargli trucchi e sotterfugi, soffocando il talento a vantaggio di strumenti inutili e negativi. In pratica, il genitore che serve gli insegna a competere in base alle proprie capacità, che è l’unico modo per conoscerle e saperle impiegare.

Non pretende che cresca a sua immagine e, quindi, cerca di conoscerlo e capirlo per le qualità, i limiti, le motivazioni, gli obiettivi, i desideri e i bisogni ma, soprattutto, non impone, ma lo aiuta a scegliere. Per fortuna, si sta esaurendo l’opinione che alcuni sport siano “per maschi” e altri “per femmine”, ma sappiamo che i primi sport scelti per un figlio sono quelli che piacciono ai genitori, quelli che promettono i vantaggi più cospicui o quelli più alla moda.

Mantiene lo stesso rapporto di fronte ai successi e alle sconfitte, e lo stima nonostante i limiti e gli errori, che non significa lasciarlo indifeso di fronte alle difficoltà, ma aiutarlo a crescere da solo.

Qualcuno si potrebbe domandare se, facendo crescere un figlio in questo modo, non si rischierebbe di creare un figlio troppo buono e poco furbo. Teniamo conto che, per abituare un figlio all’autonomia, alla responsabilità e alla libertà, ci sono regole ben chiare. Come fargli sempre pagare il prezzo delle mancanze e impedirgli di eludere i compiti e i doveri che gli spettano, ritenerlo in grado di tollerare le logiche conseguenze dei propri comportamenti ed errori e, quindi, di porvi rimedio, e pretendere che osservi tutte le regole che fanno parte dello sport e rispetti il ruolo e il contributo degli altri.

La morale del nostro discorso: un figlio che nello sport vince tutto ciò che gli consente il suo talento, è il massimo che ci possiamo aspettare. O, da un altro punto di vista, nessun furbacchione, violento, buono solo per sé, prevaricatore o "rabbioso" saprà mai fare altrettanto.

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