Pillole

L’esonero di un allenatore è una pratica diffusa, a volte comprensibile e a volte no, e mai senza responsabili. Quali possono essere le colpe della società, dell’allenatore e dei giocatori?
Dipende. A volte è una scappatoia della società che ha sbagliato molte cose, ma a volte è indispensabile.

Sugli errori delle società non è il caso di soffermarsi troppo. Ad alto livello, c’è quella che ha sbagliato la campagna acquisti e, di fronte a risultati insoddisfacenti, non se la sente di ammettere l’errore e, allora, la soluzione più facile è trasformare l’allenatore nell’unico colpevole. Allo stesso modo, quella che a inizio campionato aveva promesso sfracelli e magnificato il nuovo allenatore come l’unico in grado di conseguirli, alla prova dei fatti non ce la fa a reggere la pressione di tifosi scontenti, e allora o trova un colpevole o ammette di aver promesso troppo. Di solito la prima ipotesi. O, ancora, quella che avverte ostilità da parte dei giocatori e non se ne chiede il motivo, ma pensa che cacciarne uno sostituibile sia meno dannoso che scontentare tutti gli altri. La maggior parte, però, prima di decidere, le prova tutte e spera in qualche fatto che rimetta in piedi la situazione.

Nel calcio per tutti, l’esonero dell’allenatore è più raro. Al massimo avviene perché si è messo contro i genitori, anche se in questo caso la società è più pronta a difenderlo. Oppure, perché pretende di sedersi su un trono, magari quello del presidente, e allora indovinate Voi. Può succedere, anche se è paradossale, che sia esonerato quello che tenta di introdurre metodi nuovi che preferiscono lo sviluppo del talento piuttosto che la vittoria a tutti i costi.

Quando, nel calcio a livello più alto, la colpa dell’esonero è soprattutto dell’allenatore. C’è quello che si presenta male. Arriva da fenomeno, pone subito condizioni ferree e minaccia sanzioni a chi non si adegua, e con la società chiarisce che comanda lui e non vuole ingerenze. In questi casi va bene finché si vince: c’è gloria per tutti, la società si gongola, chi sta in panchina non ha pretesti per lagnarsi, il pubblico è entusiasta e i giornali sono tutti dalla sua parte. E se va male? C’è un periodo in cui le scuse tengono e si spera nella gara successiva ma, quando gli obiettivi si allontanano, cresce la sfiducia e non cambia nulla, si va all’esonero. Oppure, quello arrivato con il pugno di ferro, una posizione ugualmente pericolosa, o forse ancora di più, perché chi crede di camminare sugli altri si fa più nemici, che non lo risparmiano quando va in difficoltà.

Quello troppo prudente fin dall’inizio. Quando si arriva, è meglio non fare gli spacconi, ma anche non tentare di ripararsi da tutte le avversità prima ancora che accadano. Spesso, questo tipo di allenatore drammatizza le partite e vive un’ansia che non sa nascondere. Crea un clima di sfiducia e, pur senza volere, porta la squadra a giocare solo per non perdere, che è la negazione del gioco. Quando si verificano risultati favorevoli o ci sono veri leader all’interno, la squadra può trovare in sé la sicurezza e anche vincere ma, se arrivano le sconfitte, non ha strumenti per uscire dalla crisi, perché non li ha capiti quando vinceva. Inoltre, questi tipi di allenatori non sanno farsi seguire e sopravvivono poco alle crisi, sia perché, per riprendersi, occorre avere qualcuno fuori che sa intervenire e correggere e, sia, perché nessuno ricorda di averli mai sentiti dare più tono ai giocatori neppure quando vincevano.

Infine, c’è quello che se l’è cercata. È l’allenatore pensa di farla da padrone. Tratta i giocatori come bambini da beffeggiare e mettere fuori squadra se sbagliano una partita o per un errore, ed è ancora convinto che essere autoritario e intrattabile metta paura e faccia giocare meglio. È sempre artefice delle vittorie e mai responsabile degli insuccessi, magari da ascrivere a sue decisioni cervellotiche e difficili da capire, che hanno sempre altri colpevoli. È ancora convinto che tutti i giocatori perdano perché non si sono impegnati e non si sono attenuti alle sue disposizioni, e non anche perché a volte giocano contro avversari più forti, oppure non sono nelle condizioni di spirito adatte.

Possono essere anche i giocatori responsabili dell’esonero di un allenatore? Si sente dire che si perdono partite per fargli la guerra. È però improbabile, ma forse non impossibile, sbagliare apposta, perché è più difficoltoso che eseguire il gesto tecnico giusto. È però possibile che ognuno giochi al “si salvi chi può”, in pratica che eviti iniziative che lo potrebbero esporre a un errore che causerebbe rimproveri, accuse o anche panchine, da parte dell’allenatore. Oppure, che ognuno giochi per sé per essere tra quelli che “hanno combattuto”, ma si sa che senza collettivo non si vince. O, forse, a volte il complotto non si nota, perché sembra che nessuno si tiri indietro. Quando, però, mancano iniziativa personale, aiuto reciproco e impegno, ed è evidente la fuga dalle responsabilità, non è semplice dire che sia solo un periodo grigio.

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