Pillole

L’insegnamento non è seguire il buon senso comune. Occorre conoscere i giovani e la mente, insegnare a cooperare e creare il collettivo.
Per insegnare nello sport, non basta solamente applicare le regole del buon senso comune o le conoscenze derivate dall’esperienza. In questi casi, si può essere geniali, ma costruire su una base solo soggettiva, e spesso soltanto fantasiosa e priva di riscontri logici, non è originalità né creatività.

È un salto nel buio, o anche solo semplice stravaganza. Dobbiamo anche tenere conto dell’evoluzione dei tempi.

Occorre conoscere i caratteri dei giovani sui quali si opera, in modo da rispettare i tempi dello sviluppo, che in questo caso potremmo chiamare “tempi dell’apprendimento”. Assecondare le motivazioni alla partecipazione, alla scoperta e allo sviluppo delle proprie qualità e idee e all’iniziativa autonoma, in pratica, gli strumenti per formare lo sportivo e la persona.

Sviluppare le qualità della mente, che non sono soltanto apprendimento, capacità di esecuzione e memoria, perché lo sport ha la grande opportunità di operare su critica, creatività e ingegno, che sono le qualità tipiche del talento.

Insegnare il gesto tecnico, che non può essere uguale per tutti e copiato dal campione. Ognuno ha qualità, potenzialità, talento e caratteri del tutto personali e, di conseguenza, deve essere aiutato a sviluppare ciò che possiede, e non essere costretto a fare una brutta copia. Oggi, invece, si chiede ancora un apprendimento passivo, che è l’ostacolo più ingombrante alla scoperta e allo sviluppo delle qualità del talento.

Creare il collettivo, che non è solo l’abitudine a giocare insieme. Occorre poter ragionare e progettare con tutti, compreso l’istruttore, sbagliare cercando il nuovo e trovare le correzioni e le soluzioni insieme. In pratica, il collettivo non è creato dalle indicazioni dell’istruttore, ma dalla libertà di poter creare all’interno delle regole che egli propone.

In definitiva, come e quando l’insegnamento esercita tutta la propria efficacia? Quando lavora sulla partecipazione, sulla cooperazione e sui livelli più elevati dell’intelligenza, perché è lì che si trovano i fattori più creativi del talento. Quando offre una considerazione che fa sentire adeguati e sicuri, in modo da esercitare l’invenzione e l’iniziativa senza temere l’errore. Quando abitua a non valutarsi e confrontarsi solo sulle realizzazioni concrete che, anche se sempre più modeste, possono venire anche dalla pura esecuzione, ma sulle idee e sulle iniziative, che sono i fattori essenziali del rendimento. Quando lascia mettere in pratica ciò che è stato appreso e non costringe a cercare solo di non sbagliare, che è un freno per tutti e, in particolare per il talento. E, infine, quando accetta opinioni, proposte e contributi personali e li fa propri, perché un insegnante che non impara anche dagli allievi non può più essere adeguato.

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