Pillole

Lo sport interessa se piace, mentre le prospettive sproporzionate, le fabbriche dei campioni, la sopravvalutazione e la sottovalutazione sono le cause principali degli abbandoni. Senza divertimento e gioia non c’è sport. Di solito si crede che nello sport occorra parlare di sacrificio, duro lavoro, rinuncia o voglia.

Tutto bene, se con questi termini si vuole dire impegno, non mollare di fronte alle difficoltà o darsi per vinti di fronte all’avversario più forte nonostante la fatica. Se, però, con divertimento si vuole dire fatuità, fuga dalle responsabilità e mancanza d'impegno, di sport si è capito poco o, forse, non si è ancora capito che il mondo è cambiato e va avanti.

Se pensiamo che le motivazioni più ovvie allo sport sono determinate dalla riduzione della distanza con l’adulto, dalle amicizie, dall’apprezzamento e dalla risposta dell’ambiente, dalla scoperta di nuove qualità e dalla constatazione dei miglioramenti, sembra più semplice e convincente parlare dei motivi che lo rendono sgradevole. Esaminiamone alcuni.

Iniziamo dalle prospettive sproporzionate per dare coraggio e stimolare l’iniziativa, che sono forse le pressioni più ingombranti di genitori e allenatori. Il bambino vive ancora nel periodo dell’incertezza, dell’insicurezza e della mancanza di esperienze, non riesce a vedere oltre il presente, non sa impegnarsi per qualcosa che non lo appaga subito e ha bisogno di sperimentarsi solo su ciò che gli è possibile. Chiedergli prestazioni e risultati impossibili è come pretendere che corra in piena notte su un terreno accidentato e pericoloso. I casi probabili sono due: o cade, si fa male e sarà difficile convincerlo a correre anche di giorno su un prato, oppure si ferma subito, con la convinzione difficile da rimuovere che tutto sia troppo difficile e sempre da evitare.

Oppure ce n’è un terzo, ma molto arrischiato. In un libro, con l’orgoglio di chi sa come si fa per dare forza e carattere ai bambini, l’autore scrive che Sara Errani, a undici anni, è stata mandata negli Stati Uniti da sola per diventare una campionessa di tennis. Gliel’ha fatta e ne siamo tutti molto contenti ma, se è vero che sono tanti genitori a pensarla in questo modo, quante sono le bambine o ragazze tornate indietro sconfitte, senza le esperienze «normali» che si devono fare in ogni periodo dello sviluppo e impreparate, poi, nella vita adulta? E quanti sono, per esempio nel calcio, i ragazzini sradicati da famiglia, amicizie e abitudini, o addirittura dalla terra e da una cultura del tutto diversa per essere “presi in prova” e abbandonati appena dimostrano di non avere i mezzi per farcela? Non li costringe nessuno e le famiglie sono d’accordo, ma è pur sempre pescare nella credulità e nelle illusioni senza badare ai danni.

E che dire delle prospettive vuote o della sopravvalutazione, per convincere un figlio che tutto è possibile perché ha mezzi illimitati o, in altre parole, prepararlo per il grande volo senza chiedersi se ha le ali per riuscirci? La realtà è impietosa: un figlio fenomeno che deve prendere atto di avere limiti che diventano immensi se confrontati con obiettivi presentati come logici e a portata di mano, restano poche strade. Arriva a considerarsi incapace in tutto e porterà questo disagio anche nella vita adulta. Si sente colpevole nei confronti dei genitori, perché non ha il senso critico per capire che ubbidiscono a disagi personali. Oppure si rende conto di essere stato manipolato e illuso, e reagirà con una passività rassegnata o con la ribellione. E non solo si sentirà inadeguato nei confronti delle attese sproporzionate, ma fuggirà anche gli obiettivi possibili.

Infine, ma sarebbero tante le situazioni da considerare, la sottovalutazione per stimolare l’orgoglio e la reazione. Per esempio, ieri o, meglio, l’altro ieri, a un padre che, per sfidarlo, lo accusava di essere un buono a nulla, un incapace o un fallito, il figlio pensava: «Adesso ti faccio vedere io che cosa so fare». Oggi, invece, è più probabile che risponda: «Hai ragione papà, spingi tu, perché io sono già stanco».

Non ci dobbiamo stupire se, andando verso l’adolescenza, lo sport piace ancora, ma subentrano altri interessi più forti, oppure bisogna fare i conti con l’aumento delle esigenze, in particolare della scuola. In questi casi, accontentiamoci di avere sviluppato un buon rapporto con lo sport, anche perché non possiamo riuscire a portare tutti a grandi livelli. L’importante è averlo fatto vivere come un piacere da continuare solo per divertirsi.

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