Pillole

La psicologia sembra la scienza di tutti. Quando i problemi sono degli altri, non c’è chi non conosca i perché e i percome e non abbia una cura solo da somministrare.
Il termine “psicologia” è troppo bello e indovinato per essere sostituito, ma bisognerebbe farlo, perché troppi si definiscono psicologi senza sapere che cosa significhi.

Avviene nella famiglia, dove non ci dobbiamo meravigliare, perché il genitore si dibatte in mille interpretazioni che trova da ogni parte, ma non sa dove sbattere la testa di fronte a situazioni che non riesce a capire. Meno nella scuola, che ha programmi ben definiti, nessuno pretende di far risolvere situazioni troppo intricate e basta attenersi all’obiettivo, che è il “sapere”, per dire di avere fatto tutto.

Nello sport è più difficile, perché bisogna spremere tutto quello che c’è, e i risultati vanno colti subito e si vedono. Quando le squadre vincono, c‘è sempre qualcuno che “possiede qualità da psicologo" che altri non hanno. Quando perdono, invece, è più facile sentir parlare di stress, ansia, blocchi, carica e concentrazione come se fossero la causa di ogni gara e momento negativi. Oppure, quando le cose vanno bene, si parla di novità quasi geniali, ma sempre dopo, senza spiegare quali meccanismi si sono messi in atto, che cosa si è cambiato e non che cosa si correggerà domani, e che cosa si è ottenuto. Logicamente, nessuno parla mai di quali limiti possono portare a un atleta gli interventi che hanno logiche incomprensibili o paradossali.

Si fa quando si stravince per dare una spiegazione in più che nobiliti l'impresa, perché ci credono tutti. In questi casi c’è un clima più sereno, le liti si sopiscono e ognuno loda gli altri, perché la gloria abbonda e ce n’è per tutti. Di solito, comunque, si fa per descrivere quelle qualità comuni che ognuno si può attribuire senza offendere la logica comune, ma anche senza essere psicologi. Si tratta per lo più di qualche marchingegno, tipo l'urlo di gruppo o la manata rituale sulla spalla prima di entrare in campo, della solita carica solo più fantasiosa o più drammatica, di qualche modo curioso di rivolgersi agli allievi prima della gara o di una particolare abilità nel manipolare le idee e le situazioni.

Non troviamo, però, il resto dello psicologo, cioè le conoscenze, i metodi per interpretare e le soluzioni per risolvere perché, senza una formazione specifica, un carattere più vivace e più intraprendente di quello degli altri non basta. In questi casi mancano un equilibrio particolare nel proporsi e nel cambiare ed evolvere insieme all'allievo, la cura nel trasmettere i propri caratteri di adulti, la capacità di proporsi alla pari e guadagnare autorità o il saper influire sul carattere e sulla personalità degli allievi.

Non si può, però, negare che ci sia chi, per carattere, interesse e disponibilità, sa entrare in contatto con un giovane e produrre effetti positivi sull’umore, sulla sicurezza e sulla voglia di fare, ma non si considera uno psicologo. Opera sul rapporto, ma non si avventura dove potrebbe rompere equilibri precari e trovarsi alle prese con reazioni imprevedibili o, magari, anche pericolose per il giovane.

Per essere psicologi, occorre sapere che cosa deve ottenere un intervento psicologico. Serve a placare la tensione, perché il rendimento in gara ha sì bisogno di attivazione, ma di arrivare solo fino a un certo livello, dove vivono il piacere di misurarsi, la consapevolezza di avere le giuste energie e motivazioni per entrare in gara con il pieno possesso delle proprie capacità, che non sono solo fisiche. Conta il giusto equilibrio tra la mente e il fisico. Del fisico sappiamo, mentre, per quello che riguarda la mente, l’equilibrio vuole dire lucidità per usare gli automatismi, piacere e non tensione e paura, giusta consapevolezza delle proprie forze, sicurezza di potere creare e, di conseguenza, anche sbagliare senza dover temere un giudizio, un rimprovero o addirittura una punizione, e la certezza che si può vincere o anche perdere senza uscire umiliati.

Se mi sono spiegato bene, vedete che cosa hanno di psicologico i famosi “ha fatto tremare i muri”, che non ha mai reso lucido e più sicuro nessuno, “questa settimana dovrò lavorare sulla testa” che, per chi non la conosce è un grande mistero. Oppure le urla e le minacce in gara per un tentativo originale non riuscito, che soffocano il talento, o le ore noiose nel chiuso di uno spogliatoio dopo una sconfitta per parlare di svogliatezza, valori, attaccamento alla maglia o incitamenti a essere uomini e non signorine.

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