Pillole

L’allenatore ha il compito di portare l’allievo al livello consentito dal fisico e dal talento, ma anche di essere un educatore che cresce un futuro adulto autonomo, responsabile, creativo e adeguato alle esigenze dello sport e dell’ambiente.

A un corso sul ruolo educativo della scuola, un insegnante delle elementari dice: “Ho già tanti problemi a farmi capire come insegnante che non posso prendermi altri impicci. Non posso fare anche lo psicologo. E poi, con i genitori che mi trovo……”. Si può pensare che abbia qualche ragione, ma nessun adulto, specie se ha un rapporto diretto con un giovane, e in particolare se ancora bambino, può pensare di non trasmettersi anche come modello e di non proporsi all’imitazione.

Chi ha compiti di educatore non si può permettere grossi errori, perché ci sono conseguenze che inquinano il carattere e lo stile di vita e si trascinano anche nell’età adulta. Il messaggio è rivolto anche alla famiglia e alla scuola, però qui parliamo soprattutto di sport, e non possiamo chiedere a un allenatore quanto ci aspettiamo da un insegnante, ma neppure ignorare che ha anche il compito di crescere un futuro adulto. E poi, l’allenatore che non s’interessa anche della testa fa un lavoro modesto con le gambe.

Sembra di pretendere una figura quasi perfetta, e diciamo pure che nessuno di noi vi può riuscire, ma è utile indicare almeno delle direzioni.

L’educatore che cerchiamo

Essere educatore non è un comportamento o un metodo per crescere dei giovani, ma un tratto del carattere o, forse meglio, una vera e propria personalità. Come Il genitore, l’insegnante e qualsiasi figura adulta che abbia a che fare con i giovani, sa di dover essere un educatore, e avere le conoscenze indispensabili per esserlo. Non vuole dire che un istruttore deve avere formazioni specialistiche e, quindi, conoscere tutti gli effetti dei propri interventi. Deve, però, sapere che non si può improvvisare educatore solo perché gli affidano dei giovani, agire sempre senza causare danni e formare una persona e uno sportivo che abbiano sviluppato tutte le qualità di cui dispongono e siano adeguati alla vita adulta.

È consapevole dei propri limiti e li riconosce per poterli correggere. Ammettere di non sapere, e accettare l’opinione di un allievo non è facile e procura disagi, ma la capacità di educare non è un’abilità solo da acquisire. È da modificare e migliorare tenendo dietro a sempre nuove conoscenze e seguendo un’evoluzione a volte tumultuosa dell’ambiente e del giovane.

Non è “sport e basta”, ma conosce e trasmette le regole e l’evoluzione della cultura in cui vive. Non è, quindi, un puro esecutore che segue metodi immutabili ereditati da colleghi che hanno avuto successo, ma si adatta all’età e ai caratteri dell’allievo e alle esigenze dello sport. Non teme di essere superato, perché il suo compito è trasmettere se stesso e le proprie conoscenze a un giovane che vi sommerà le proprie capacità e acquisizioni. Più in concreto, può trasmettere metodi, ma mai seguire un allievo che prende confidenza con il proprio talento e lo può sviluppare solo impiegando i livelli superiori della propria intelligenza. È come un arrivo in volata di una grande corsa: noi la “tiriamo”, ma poi è il velocista, il fuoriclasse, che arriva primo e fa ciò che per noi è impossibile.

Crede nelle proprie idee e, quando è il caso, è anche pronto a tollerarne gli svantaggi, perché va nel nuovo e accetta di sbagliare. Quando sbaglia, però, lo ammette senza cercare dei colpevoli. Si assume una responsabilità vera, del tutto diversa dal bel gesto di chi, dopo le sconfitte di cui in qualche modo è anche responsabile, non paga nulla e fa ben poco per capire e correggere i propri errori. La responsabilità di un educatore, invece, è la scelta di ciò che è possibile e utile al giovane, l’impegno per realizzarlo e la ricerca e la correzione degli ostacoli che l’hanno impedito.

Un adulto descritto in questo modo, se non capito, rischia di essere considerato troppo morbido e incapace di imporsi, ma se rispetta le opinioni degli allievi e cerca di essere sempre giusto, può pretendere che lo siano anche loro, perché si sentono trattati con rispetto.

 

Come è un educatore?

L’educatore sa evolvere e, intanto, si presenta sempre stabile, coerente e obiettivo. È una figura reale e sempre disponibile e mai servile, coerente con ciò che fa e pensa. Non manipola, e si pone alla pari con tutti pur non rinunciando ai caratteri e ai compiti del proprio ruolo. Sta sempre nelle regole, non viene mai meno a qualsiasi impegno e segue una continua evoluzione insieme ai cambiamenti cui sono sempre più sottoposti i giovani.

Usa valutazioni veritiere. A volte la schiettezza può procurare qualche disagio ma, se non è uno strumento per mostrare la propria superiorità nel rapporto e non vuole ferire, è forse il modo più efficace per conquistarsi la fiducia e creare rapporti stabili. Non sempre ci riesce: se un giovane trasgredisce per astio o vendetta, c’è poco da fare se non si riescono a rimuovere le cause del conflitto e ognuno non si assume le proprie responsabilità e non si corregge. Se, però, si tratta di un errore o di qualcosa che è andato oltre le intenzioni, la verità diventa addirittura un attestato di stima, perché certifica un tratto adulto, cioè la capacità e le intenzioni di correggersi.

Sa ascoltare. Ascoltare un giovane inesperto, e quindi dare retta a cose non sempre importanti e a chi ne sa meno di noi, e magari rivedere una situazione per eliminare un contrasto quando ci si vorrebbe imporre di forza, può sembrare una debolezza o una sensibilità inutile. Il rischio che un giovane cerchi di approfittare c’è, ma solo nelle situazioni in cui l’uno vuole prevalere per ruolo e imporre la propria supremazia e l’altro misurare le proprie forze. Questi casi, nei quali non c’è scambio, ma imposizione da una parte e ribellione dall’altra, non fanno parte di questa trattazione.

Quale effetto produce su un giovane la disponibilità di un adulto ad ascoltare? Si sente considerato, avverte la riduzione della distanza, e acquisisce sicurezza e fiducia nelle proprie opinioni. Aumenta l’autostima e il coraggio per affidarsi all’intuizione, alla creatività e alla libera l’iniziativa, e si avventura, dove si può sbagliare. In questo modo soddisfa le motivazioni più importanti ed è molto facile da guidare, perché si affranca da dubbi inutili e chiede soltanto se non ce la fa da solo.

Non ha bisogno di imporre ruolo e autorità, perché non comanda, non punisce, e ottiene adesione invece di pretendere ubbidienza. Chi non è educatore, invece, ha difficoltà a liberarsi da questi comportamenti perché, almeno finché il giovane non raggiunge l’età in cui si ribella, è il modo più comodo per gestire un gruppo e non essere mai responsabile degli insuccessi.

Come opera con l’allievo?

Un educatore deve portare l’allievo alla completezza fisica, tecnica, psicologica e intellettiva, e quindi al livello personale e sportivo che gli è consentito. Innanzitutto, per raggiungere questo obiettivo prepara la vita adulta già nel bambino, perché i primi anni sono la traccia di tutto lo sviluppo. Non può, per esempio, lasciar assumere abitudini che in seguito non potranno più essere permesse senza creare resistenze o anche ribellioni. Oppure, al contrario, fare tutto senza lasciare che l’allievo sia libero di mettere in pratica le proprie idee e, poi, pretendere iniziative e comportamenti autonomi.

Motiva lasciando partecipare e decidere, ma senza usare parole a effetto o manipolazioni. Non chiude gli allievi in un campo, in una palestra o in una piscina, perché il giovane è cambiato, e deve poter portare le proprie opinioni, che è anche l’unico modo per fargliele cambiare quando non sono funzionali. Per esempio, deve poter adattare le richieste che gli sono poste alla propria creatività, altrimenti è facile che la incanali in direzioni non costruttive.

Aiuta l’allievo a scoprire tutte le proprie potenzialità e risorse, e poi a svilupparle nella misura consentita alla sua dotazione. Qui non si parla di qualità tecniche e fisiche, che lo sport già tratta con metodi all’avanguardia, ma di personalità e carattere, che il più delle volte sono dati come frutto di uno sviluppo spontaneo o non di una precisa educazione. Ci riferiamo prima di tutto all’intelligenza e a tutti i settori di cui è somma e risultante, in particolare l’apprendimento, la critica e la creazione.

Oggi non serve più chiedere solo l’imitazione del gesto perfetto, l’assorbimento passivo e la capacità di esecuzione, ma allenare i livelli superiori dell’intelligenza, cioè l’originalità, l’intuizione, l’ingegno e la creatività. Lavorare sul gesto tecnico, per esempio, è sicuramente importante, ma con scarso effetto sul talento, che è analisi di ciò che sta accadendo, invenzione di ciò che si vuole far accadere, scelta di soluzioni e di gesti tecnici adeguati. a proposito della creatività, poi, occorre stare attenti. È una forza che si deve sfogare, e se l’istruttore non la sa dirigere verso scopi costruttivi, può diventare facilmente inerzia, fatuità, opposizione, aggressività o, addirittura carica autodistruttiva.

E, infine, ci riferiamo al carattere, dalla sicurezza al coraggio, alla responsabilità fino alla capacità di usarsi per scopi costruttivi, che non derivano tanto dagli obiettivi che il giovane si propone, come, ad esempio, il successo con tutto ciò che ne deriva, ma da tutto ciò che riesce a fare per raggiungerli.

Sembra di chiedere troppo, ma deve preparare un giovane a diventare un adulto capace almeno di assimilare la cultura dell’ambiente, collaborare e sommare le conoscenze, porsi gli obiettivi possibili e di valorizzarsi in mezzo agli altri.

Come educa?

Per parlare del come fare a educare, occorre chiarire che cosa significa educazione. Quella che proponiamo porta l’allievo a essere libero, a pensare e a decidere secondo le proprie opinioni, ma sempre all’interno di regole costruttive; ad avere tutto lo spazio per esercitare creatività e iniziativa, ma anche a sapersi assumere tutte le responsabilità delle proprie azioni; capace di un contatto armonico e cooperativo con l’ambiente e allenato a partecipare con contributi personali e a saper utilizzare da solo i modelli di comportamento adeguati fuori e dentro lo sport.

Come formare un soggetto che risponda a questi caratteri? In parte si fa con comportamenti inconsapevoli, e il primo è la trasmissione dei propri caratteri di figura adulta, ma certo di più con la preparazione a essere un educatore. L’educatore non può sbagliare: via, quindi, l’insegnamento di uno sport fatto di trucchi e di furbizie, la licenza di manipolare le regole per sé e rigidità e punizioni per l’allievo che non le osserva alla lettera. E, al contrario, vi è anche a una permissività che rende contenti tutti, ma non educa.

Sul concreto, l’educatore fornisce norme e limiti entro cui poter attuare il pieno esercizio della forza creativa. Ciò significa anche consentire iniziative non concordate, ascoltare le opinioni dell’allievo e accettarle se costruttive, o correggerle se avventate.

Come può farsi seguire se non impartisce ordini o, almeno, chiare indicazioni su che cosa fare, e se gli allievi interpretano tutta questa libertà come mancanza di autorità e di controllo? Si deve imporre? L’allenatore che sa stimolare l’interesse e il piacere in ciò che si sta facendo, e fa sentire ognuno adeguato chiedendo soltanto cose possibili ha il massimo di autorità, perché sa ottenere senza bisogno di comandare. E se accetta che la sua presenza sia necessaria soltanto quando i suoi contributi sono indispensabili, si propone come figura da raggiungere, anche se è sempre pronto e creativo per non essere raggiunto.

A differenza di quanto troppi credono, poi, la libertà non è assenza di regole, compiti non eludibili o vincoli. Consideriamo che il vero educatore non ordina, ma dà modelli da assumere, e insegna a imparare anche da soli e a usare la mente per il nuovo. Poiché è coerente, rispetta le regole e gli impegni del proprio ruolo, non impone e non fa pesare la propria posizione, valuta le intenzioni e gli sforzi prima che le realizzazioni concrete, è seguito perché è una figura guida.

Non è però una figura morbida: lascia tutto lo spazio alla creatività e all’iniziativa, ma pretende che l’allievo assuma tutte le responsabilità delle proprie azioni. E dove e quando è il caso, sa decidere e pretendere che nessuno esca dalle norme che regolano i rapporti e il rendimento di tutti.

Infine, stimola un contatto armonico e cooperativo con l’ambiente, un compito essenziale in un periodo in cui i modelli culturali isolano i giovani o li spingono a un conformismo e a un adattamento passivo, consigliano di badare a ciò che è vantaggioso piuttosto che al beneficio collettivo e propongono figure che li manipolano allontanandoli dall’autonomia. Da questo punto di vista, l’educatore è una figura di collegamento, crea le condizioni affinché il giovane partecipi con contributi personali e arrivi ad acquisire e saper utilizzare da solo i modelli di comportamento adeguati fuori e dentro lo sport.

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