Pillole

In termini generali, la reciprocità potrebbe essere definita come una forma di scambio e di comunicazione nella quale i contributi di punti di vista dei due elementi del rapporto, anche quanto siano diversi per valore qualitativo, hanno possibilità di incidere sul lavoro comune e sul rapporto.

Nell'educazione, la reciprocità è una disposizione, uno scambio, un comportamento che permette a insegnante e allievo, o a educatore e educato, di incidere in pari misura sull'evoluzione funzionale di entrambi i ruoli. Nello sport, l’istruttore che bada a questa forma di rapporto crea, quindi, una condizione vincolata a regole ben precise, nella quale il contributo e il modo di comportarsi dell'uno sono stimolo e allo stesso tempo adattamento al modo di agire e di comportarsi dell'altro.

In modo ancora più concreto, in un clima formativo i messaggi e gli apporti vanno sempre in due diverse direzioni, dall'educatore all’educato e viceversa, e ricevono da entrambi i contributi per la loro evoluzione.

Quest’affermazione evidenzia ancora di più la differenza con la formazione tradizionale. Qui l'allenatore propone gli insegnamenti senza adattarli ai caratteri e alle proposte dell’allievo, e dunque esercita una pura imposizione di contenuti, ma non riesce mai a raggiungere la sua partecipazione. di conseguenza, esclude dall’atto educativo altri elementi basilari del rapporto e dello sviluppo, come la creatività, l’iniziativa, la cooperazione, la possibilità di condividere le stesse opinioni e proposte e il desiderio di renderle concrete.

Con quest’affermazione non si vuole certo negare che spetta all'educatore stabilire le regole, le linee di comportamento e gli obiettivi da raggiungere che, però, l’allievo deve conoscere, per contribuire alla scelta dei mezzi e dei percorsi per raggiungerli. E, quindi, precisa che questi debbano rappresentare una conquista dell’allievo e non il risultato di un’imposizione da parte dell’uno e di un adeguamento passivo da parte dell’altro.

Gli effetti

Date queste premesse, lo scambio, la comunicazione e la consapevolezza di un corretto reciproco adattamento sono condizioni che portano allenatore e allievo a:

1 conoscere le norme e le regole ben precise alle quali fare riferimento. Tale conoscenza è la base della cooperazione, ma è anche una garanzia. Quando manca un modello comune, infatti, l'istruttore ne deve imporre uno proprio, spesso non condiviso o a volte anche contraddittorio. Rischia allora di decadere dal proprio ruolo e di doversi adattare a uno stile impositivo, o quelle forme e manipolative che rendono il rapporto conflittuale e, dunque, sterile,

2 sentirsi partecipi di una condizione operativa, e anche affettiva, fluida e ben definita, che permette a entrambi di essere creativi e artefici del processo educativo. E dove l’istruttore non opprime e non si presenta troppo distante, mentre l'allievo non rischia di invadere un ruolo non proprio o di esprimersi in direzioni non produttive,

3 vivere una condizione senza conflitto, nella quale l'allievo può avere l’aiuto di una figura autorevole che non ha bisogno di presentare il proprio contributo sotto forma d’imposizione. E nella quale istruttore non rischia di doversi scontrare con delle opposizioni o delle resistenze passive.

In definitiva, la risposta tra istruttore e allievo è reciproca quando le opinioni e i contributi, incidono sul lavoro, sul rapporto e sull'evoluzione funzionale di entrambi i ruoli; i messaggi vanno nelle due direzioni reciproche e ognuno stimola e, allo stesso tempo, si adatta all'altro; gli insegnamenti sono adattati ai caratteri e alle proposte dell'allievo; entrambi fanno riferimento alle norme e alle regole della cooperazione; e, infine, si crea una condizione operativa e affettiva senza conflitto.

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