Pillole

Nello sport giovanile si pone il dubbio che i giovani che hanno talento sportivo abbiano bisogno di una formazione diversa ma, almeno fino ai dodici anni, ci possono essere differenze di livello e intensità ma non di metodo.

Un quesito posto in questi termini segnala due problemi: gli obiettivi vanno forse di là da ciò che è ragionevole aspettarsi da una squadra di dilettanti, e si gioca solo per vincere subito.
Rispondere sì o no è impossibile, ma viene prima il no, perché nello sport per tutti non ci possono essere degli esclusi. Nello sport di vertice il discorso è diverso, ma tra i dilettanti occorre uscire dalla logica che non si debbano far giocare tutti.

È comunque sempre valido il principio secondo il quale la formazione, per essere completa, deve seguire i principi dell’educazione. Deve aiutare ognuno a scoprire le qualità proprie, che sono diverse per ognuno, e non credere di copiare e imporre quelle del campione che, bene che vada, permettono una brutta copia a spese di quella possibile a ciascuno.
Già in quest’affermazione, fino all’età della specializzazione, verso i dodici anni, non ci sono differenze tra dilettanti e professionisti. Che cosa serve? Lasciarli giocare con poche regole, permettere che creino seguendo l’ingegno e la fantasia senza badare troppo al risultato e all’esecuzione, chiamare in causa l’iniziativa personale e portare l’allievo alla padronanza possibile dei propri mezzi e di ciò che gli propone e richiede ogni situazione. Di lì in poi, può iniziare il perfezionamento, cioè la specializzazione, per rendere più funzionale ciò che prima è soprattutto istintivo e finalizzato al divertimento. Senza esagerare, però, perché a qualsiasi livello dello sport dobbiamo formare adulti che lo pratichino per continuare a imparare, per piacere e per la salute.

Con i professionisti è diverso, perché si tratta di continuare ad affinare il talento e migliorare. Allora occorre parlare di omogeneità, che è indispensabile per formare il talento vero, senza impressionarsi se qualcuno parla di selezione o di “fabbrica di giocatori”. Per “lavorare sulla qualità” è necessario, perché il talento dai meno dotati non impara, e questi vengono esclusi dal gioco. E neppure si può ignorare che, almeno fino all’adolescenza, quando il giovane ha qualche prospettiva di carriera, molti sono lì soltanto per favorire la crescita del talento. Alla fine, i non adatti saranno selezionati dalla realtà, e per questo occorrerà fare un altro discorso, cioè trovare soluzioni per quelli che spesso, dopo aver trascurato un periodo fondamentale dello sviluppo lontano dall’ambiente che sarebbe stato più adeguato, rischiano di essere lasciati indietro anche nella vita comune.
Lasciamo, quindi, questo tipo di quesito all'allenatore di un settore giovanile professionistico, che non può penalizzare il possibile campione a vantaggio di altri che non lo saranno mai.

In definitiva, dove si gioca solo per praticare dello sport, è il caso di seguire tutti, anche perché, se l'obiettivo è solamente "fare il campione", c'è il rischio concreto di passare tutta la carriera senza trovarne uno. Con un’attenzione, però, che a prima vista fa drizzare il pelo ai benpensanti: anche tra i dilettanti è opportuno avere squadre omogenee, anche se il termine può significare “selezione”. E questo, perché un’attività nella quale si perde sempre e non si vince mai non è sport. Tra i dilettanti, dove si fanno le squadre con i giocatori che ci sono, si può e si deve lavorare su tutti, di là da quello che ognuno può dare, e che ciò è l'unico modo per aiutare la crescita dei migliori.
Tuttavia il problema esiste e, laddove è possibile formare più di una squadra, è sempre meglio badare anche all'omogeneità. E senza paura di operare una selezione, perché il nostro compito, in qualsiasi serie lavoriamo, è portare ognuno al livello per lui raggiungibile, senza mortificare nessuno.

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