Pillole

Se “la carota” vuole dire riconoscere i meriti e non nascondere i demeriti, basta non uscire da misure ragionevoli.

Se, invece, con “il bastone” vuole dire ricorrere a punizioni più o meno mascherate per punire una sconfitta e stimolare all’impegno, non ci siamo. E se consideriamo che il metodo si riferisce a un carrettiere e a un somaro, non ci siamo, sia per l’uno sia per l’altro.

La carota

Le manifestazioni entusiaste non commisurate ai meriti e all’impegno, non sono riconoscimenti credibili. Queste sono fuochini di paglia che, bene che vada, si estinguono, perché chi li riceve se ne rende conto, e al massimo ci fanno considerare adulti ingenui e bonaccioni solo con un po’ meno di autorevolezza. Sono, per esempio, le lodi dopo una vittoria ottenuta senza merito oppure, nello sport di alto livello, gli elogi pubblici sperticati nell’illusione di smuovere un giocatore non in forma o di infervorare ancora di più uno che potrebbe andare meglio. È meglio ricordare che non c’è nulla di più efficace di dire le cose come stanno.
Qualcuno, però, ci crede, e allora non impara a valutare l’efficacia delle proprie prestazioni, oppure finisce per averne bisogno, e allora patisce, e perde coraggio tutte le volte che la carota manca. C’è anche un altro inconveniente: ogni stimolo ripetuto perde efficacia e occorre rinforzarlo, ma alla fine ci si deve fermare perché, oltre il dieci e lode non si può andare, e intanto se ne accorgono tutti che è solo un espediente.

Il bastone

Quando si parla di bastone, è inevitabile pensare a qualche tipo di punizione. Pensiamo, per esempio, all’urlo o all’insulto, soprattutto davanti a tutti, atleti e pubblico, per una sconfitta o anche solo per un errore; oppure, alla scenata e alla ramanzina nello spogliatoio, ai giri di campo, agli allenamenti senza gioco o più duri senza alcuna ragione fisica o tecnica, o al ritiro punitivo e alla convocazione al campo a orari sgradevoli per prediche, rimbrotti e filmati dopo una sconfitta.
Qualcosa bisogna pur fare. Sì, ma occorre farlo prima, perché è un atleta insicuro, non consapevole delle proprie risorse e abituato a essere portato per mano che ha bisogno di questi stimoli.
Occorre, poi, valutare che questi tipi d’intervento sono pur sempre una punizione e, quando un atleta si è impegnato e non ha nulla da rimproverarsi, anche un’ingiustizia. L’allenatore vuole stimolare, ma crea una distanza che rende sterile e non credibile l’uso della carota, e fa coltivare ostilità e desiderio di qualche forma di vendetta appena se ne presenterà l’occasione.

Qualcuno può dire: “Non cambia, e allora devo aumentare la dose”. Il buon senso comune dice che non si può fare altro, ma deve stare attento. Che fa con l’allievo, specie se è indispensabile, che accetta la sfida e non cede fino a farlo “sbiellare” e costringerlo ad accettare la sconfitta fino a fargli perdere autorità?  E con quello che si adagia fino a non reagire? Qualcun altro dice che non può succedere, ma come si spiegano casi di giocatori che passano anche lunghi periodi in ombra e risorgono appena cambiano squadra o, più precisamente, allenatore?

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