Pillole

Un atleta che vale più degli altri e ha ingegno, se non è mai chiamato a esprimerlo, e anzi, a volte, lo deve reprimere per non essere considerato indisciplinato o presuntuoso, alla fine si stufa.

E se abbandona il talento?

Qualche volta a smettere e fallire, è il talento. Nello sport può trovare soddisfazioni vietate agli altri, ma ha bisogno di qualcosa di più.
Esaminiamo alcuni casi. Un ragazzo non se n’è ancora andato, ma non s’impegna in allenamento, e in gara si perde in giochini di abilità che non servono. È inserito in una squadra non omogenea per livello, dove è penalizzato dal tipo d’insegnamento e di attività regolato sulla media degli altri. Deve segnare il passo, non proporsi secondo le proprie capacità e frenare per aspettarli, e intanto non può esprimere e allenare le qualità di cui dispone solo lui.

L'allenatore lo apprezza, ma lo vuole “disciplinare”. In allenamento gli chiede solo ripetizioni e imitazione di gesti tecnici perfetti, e in gara esecuzioni e risultati pratici. Si rende conto di frenarlo, ma è convinto che, se creasse come potrebbe, lo farebbe per conto proprio, ma anche perché così "non lascia che si disperda in tentativi inutili". In questo modo, però, non gli lascia scoprire e provare i gesti tecnici e le iniziative che gli permetterebbe il suo talento, necessari per vincere in seguito, e alla fine, pretende che faccia le cose utili per vincere adesso.
Perché questo ragazzo vuole smettere? È creativo e ingegnoso, vorrebbe fare, ma non trova spazio, e si deve adattare a uno sport che non lo soddisfa, anche se gli permette di sentirsi il migliore. L'allenatore è convinto dei propri sistemi, ma gli sta facendo perdere momenti dello sviluppo che non si presenteranno più e, intanto, non lo aiuta a sviluppare tante potenzialità che ha solo lui e non avranno più modo di esprimersi.

Il talento può fallire nonostante trovi condizioni apparentemente favorevoli. È quando non consideriamo che ha qualità solo sue, ed è una pura potenzialità da coltivare, capace di straordinari sviluppi, ma anche di fallimenti e disadattamenti. Nella prima infanzia, ingannano la facilità e la disinvoltura con la quale supera situazioni che gli altri patiscono. È spesso più intelligente degli altri e riesce dove loro stentano, ma anche la facilità di apprendimento, i successi e l'entusiasmo che suscita sono potenti stimoli che lo incoraggiano. Non ha insuccessi né insoddisfazioni, perché accontenta tutti e si appaga, tanto da non sentire l'impazienza di scoprire e inseguire traguardi personali. Fa anche vincere, e l'allenatore a volte non gli impone le giuste regole e gli concede spazi eccessivi, fino ad abituarlo a una considerazione di sé che sarà messa a dura prova con l'aumentare delle difficoltà e delle richieste dello sport. Di fronte alle difficoltà si aspetterà la stessa indulgenza alla quale è abituato, ma le cose vanno così quando si vince. Quando, invece, si perde, l'ambiente non solo rifiuta di trattarlo come prima, ma risponde incolpandolo e imponendogli più difficoltà e giudizi negativi.

Altre volte, i primi responsabili dell’abbandono sono i genitori, specie negli sport d’élite. Un esempio. Federica è una promessa del tennis già dai primi contatti. I genitori, che se lo possono permettere, investono anche economicamente e la seguono ovunque. A undici anni ha il primo articolo su un giornale, dove la considerano una sicura campionessa. I genitori la descrivono felice ed entusiasta nonostante qualche difficoltà con la scuola, e per nulla contrariata da altri impegni collaterali, che “saranno necessari nella vita che è destinata a fare”. La inviano allora negli Stati Uniti dove, alla stessa età, è stata inviata una bambina poi diventata una famosa tennista.
La bambina non ha retto. Le hanno fatto vivere una condizione difficile anche per un’adulta, con impegni troppo gravosi, giorni programmati, rapporti non equilibrati con i coetanei soltanto “normali”, e lo sport fatto vivere come lavoro e non come gioco. In pratica, l’hanno messa su binari rigidi e non le hanno lasciato vivere la propria età, che è da sconsiderati considerare un fattore secondario dello sviluppo. Qualcuno dice: “Non è meglio se impara prima e subito gli automatismi giusti?”, ma non è anche il caso di chiedersi se non è per soddisfare ambizioni personali che non si bada ai rischi, e magari si truccano anche le carte, per portare anche i bambini a vincere subito?

Bisogna rendere automatico ciò che consente il proprio talento, e non degli schemi adatti a un altro, altrimenti è addestramento che non chiama in causa il piacere, l’interesse, la creatività e l’ingegno. In altri termini, lo sport è la realizzazione di un piacere, e non un obbligo freddo e troppo impegnativo. Occorre renderlo piacevole e interessante, perché così coinvolge le parti nobili del cervello, e agisce su umore, sicurezza, determinazione, lucidità e rendimento scolastico.

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