Ecco perché l'allenatore autoritario soffoca il talento dei giovani atleti.

Pillole

L’allenatore autorevole e l’autoritario sono sempre più distanti. Il primo è seguito senza dare ordini, mentre il secondo cerca di imporre e allontana.

Oggi non ci sono più gli allenatori che mangiano i bambini, anche se tanti genitori con la frusta di burro vorrebbero delegarli a fare la parte che a loro è del tutto sfuggita.
Piacciono anche ai tifosi, specie per le dichiarazioni quando arrivano in una nuova società. I tifosi amano il loro idolo, ma in fondo sono convinti che non s’impegni come potrebbe, e che finalmente sia arrivato l’allenatore “che li fa lavorare”, e magari lo puniscono, per fortuna di solito solo con i fischi, perché lo amano solo finché vince.

L'allenatore autoritario

È la figura che non ha cambiato le convinzioni nonostante il mondo intorno non sia più lo stesso. È ancora convinto che per formare il carattere servano sacrifici, rinunce e metodi duri, ma se ai tempi della sua formazione i giovani si assoggettavano, oggi si ribellano. Usa, però, modi diversi. Non impartisce più ordini secchi e urla meno, ma continua a credere che gli allievi vadano portati per mano, perché non sanno pensare e fare da soli. Anche quando ha a che fare con talenti, li addestra a eseguire, ma così si accontenta che facciano meglio ciò che fanno tutti, ma non li allena a scoprire e sviluppare le differenze, cioè il talento.

È più attento a non scatenare reazioni o anche opinioni diverse. Dà, infatti, tutto già pensato e stabilito, ma così assopisce i piani alti dell’intelligenza, dove operano la critica, la creatività, l’originalità, l’iniziativa libera e, in pratica, l’ingegno. I motivi? Perché per gestirli, occorre cambiare o, forse, perché per avere ordine e disciplina occorre non lasciarle crescere o, magari, anche neutralizzarle. Non riesce, però, a eliminare le trasgressioni e le sconfitte, e allora occorre fare qualcosa: non punire, perché è più rischioso ma ordinare esercizi più pesanti o noiosi, allungando i tempi dell’allenamento o facendo prediche più fastidiose.

Vuole soldatini tutti uguali, pronti a recepire gli ordini e attenti a non uscire dalle righe con un’opinione, una curiosità o una proposta. In campo li pretende intraprendenti e pieni d’iniziativa, ma se commettono un errore per tentare qualcosa di nuovo, li richiama con maniere energiche, o magari li mette fuori.

E a volte non si trattiene dall’alzare la voce o dal lanciare un insulto ma, più lo fa, più lascia capire di non essere capace di farsi sentire solo parlando.

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