Pillole

Capita che una squadra attraversi un periodo difficile e subisca una serie di sconfitte inspiegabili, ma non è utile cercare subito i “colpevoli”.

Ci sono tante cause che sfuggono, e di solito si gioca male perché mancano le condizioni psicologiche favorevoli.

Avviene che una squadra manifesti nervosismi e contestazioni, ma quando si dice che fa la guerra all’allenatore non si deve per forza parlare di mancanza d’impegno, congiure, boicottaggi o colpi a tradimento. Capita, ma qui vogliamo affrontare il problema da un altro punto di vista. Non interessa che cosa fanno i giocatori contro, ma che cosa perdono con una conduzione approssimativa.

Queste situazioni crescono con il tempo, e sono influenzate da un modo non più adatto di intendere lo sport. Si parla ancora di sudore e sacrifici, ma l’impegno è la scelta di un comportamento più appagante per raggiungere un obiettivo che interessa. In altre parole, togliamo dallo sport il termine sacrificio, e diciamo che per ottenere qualcosa che ci piace qualcosa dobbiamo pur fare.

Quando le cose vanno male, si fanno interventi “psicologici”, cioè manipolazioni che non chiamano in causa il giocatore perché ci metta del suo, come le lavate di testa, il richiamo a valori importanti, ma che non ci sono più, i muri che tremano o le “cariche”, che ci ricordano di essere scarichi e di non saperci caricare da soli. Qualcuno ci crede, ma solo finché si sente accettato e non è chiamato in causa come responsabile o addirittura capro espiatorio. E allora, da utile esecutore diventa feroce nemico, come avviene a chiunque si renda conto all’improvviso di essere solo stato utilizzato e di pagare per altri.

L’esempio è il vecchio sergente di ferro che, quando arriva, si porta il proprio “credo” e lo spande su tutti allo stesso modo, senza chiedersi se oggi sia utile, o se magari non sia oltraggioso, nei confronti di un giovane che non ci sta più. E quando dovrebbe considerare anche qualche suo errore, fa il deluso e trasforma una causa che dovrebbe scoprire e risolvere in colpa, povertà di carattere o mancanza di ormoni dei giocatori.

Fare l’allenatore è difficile, e parlare solo di colpe o intenzioni consapevoli è sbagliato e ingiusto. Ognuno di noi si porta dietro le esperienze e i modi di affrontare la realtà che ha vissuto, e se l’ambiente non propone altro, non se ne può liberare. Il problema, quindi, non è un caso in cui non si sa come uscire da una difficoltà, perché non basta applicare ogni volta un cerottino e credere che tutto sia risolto, ma occorre stare dietro i tempi e cambiare ciò che va modificato.

È un fatto di cultura dello sport. Non ha senso accusare un giocatore che è entrato in una crisi e non conosce gli strumenti per uscirne. Significa attribuirgliene la colpa e credere che basti ferirlo nell’orgoglio per convincerlo a impegnarsi. Sarebbe troppo facile.

E allora giustificare tutti e non fare nulla? Occorre arrivare alle cause, che stanno nella testa, e lo deve fare l’allenatore, quantomeno interessandosi, che significa fargli sapere che non lo condanna, ma lo vuole aiutare. Non si può pensare sempre a scarso impegno, mollezza, “mancanza di spina dorsale" o capricci. Un giocatore in crisi non gioca male perché vuole. Ha subito un calo del tono dell’umore e dell’autostima, ha perso la sicurezza per essere creativo, gioca soprattutto per non sbagliare e finisce per sentirsi colpevole, e queste sono le condizioni per abbattersi di più, e non per riprendersi.

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