Pillole

Il talento è più pronto nelle risposte, trova soluzioni imprevedibili e può sembrare più maturo, ma anche limiti, e i momenti dell’apprendimento e le tappe dello sviluppo di tutti.

È facile anticipare i contenuti dell’insegnamento e chiedergli di imparare concetti troppo complessi perché, come dicono tanti genitori: “Ragiona già come un grande e non bisogna fargli perdere tempo con cose da bambini”. Anche lui, però, almeno fino ai dieci anni, impara dal gioco, recepisce attraverso i sensi, non è pronto per il ragionamento e non sa progettare oltre i desideri che può provare al momento. Vive la realtà che lo circonda, per cui gli insegnamenti teorici, che parlano di qualcosa che non c’è, sono difficili da capire e, soprattutto, impossibili da trasformare un’iniziativa o in un gesto automatici e subito efficaci.
Nonostante questi limiti, pure in modo quasi istintivo e non ancora correttamente finalizzato, assume iniziative ed esegue gesti non possibili ai coetanei. Sembra, quindi, ragionevole pretendere che li esegua correttamente, e magari allo stesso modo del campione, che ha mezzi fisici, armonia dei movimenti, qualità tecniche e talento del tutto personali e non imitabili neppure da un adulto. Qualcuno pretende addirittura che mostri tutte queste qualità in gara, ma se vogliamo che almeno ci provi, lasciamoglielo fare nelle partitelle di allenamento, in un clima non opprimente e senza giudizi, dove si può sbagliare senza procurare conseguenze, perché le richieste inopportune e impossibili da esaudire bloccano la sicurezza, la critica, la creatività e l’iniziativa e, dunque, impediscono di arrivare al livello della mente dove opera il talento.

E allora, come fare? Il percorso parte dal gioco libero, che permette di lasciare spazio alla fantasia e all’iniziativa non ancora finalizzata. Poi, dai dieci anni circa, il ragazzo inizia a inventare soluzioni e ad assumere iniziative sempre più indirizzate alla situazione, e quindi a ciò che vuole ottenere, ma sempre individuali. Infine, con la comparsa del pensiero astratto, si abitua a trovare le soluzioni più adatte alle singole situazioni e al gioco collettivo, che richiede di progettare le iniziative verso uno scopo che interessa anche gli altri.
Sul bambino, che ha una personalità ancora in formazione, quindi, la fretta non è innocua. Poiché considera lecito e appropriato ciò che chiede l’adulto, se non riesce a renderlo concreto, è facile che si senta colpevole, inadeguato e non all’altezza delle richieste, e non sviluppi la sicurezza e l’iniziativa libera per affrontare le situazioni difficili e nuove.
E anche più tardi, se accetta gli insegnamenti senza critica e verifica con l’iniziativa personale, è facile che si limiti a impiegare le qualità già collaudate o, addirittura, solo a evitare l’errore. E nel gioco non impara a trasformarli in patrimonio da impiegare senza doverlo sottoporre ai tempi lenti del ragionamento.

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