Pillole

Si legge spesso di squadre, anche di alto livello che, da una settimana all’altra, passano da una partita brillante a una senza spina dorsale...

... o, invece, sembrano risorgere. Si vuole rimediare con le lavate di testa, le accuse o le punizioni, invece di capire e cercare i rimedi.

Non si può parlare di cause fisiche, perché si spiegherebbero solo con errori che oggi non si possono più verificare. E allora occorre andare a cercarne le cause nella testa.
Dice un calciatore professionista dopo una sconfitta: “Siamo stati aggrediti verbalmente da allenatore e dirigenza, anche se la prestazione era stata buona e la sconfitta era nata da un episodio casuale”. Ci hanno urlato: “È ora di tornare a giocare duro, ma non avete gli attributi, siete signorine, vergognatevi…”. A parte i caratteri anatomici, sui quali non si discute, chi oggi considera le ragazze fragili e bisognose di aiuto e protezione vive fuori dal mondo, e mostra tutta la sua paura nei confronti della donna. Oppure, leggiamo di ritiri punitivi o altre forme di sanzioni che sarebbe difficile accettare anche altrove.

Immaginare, poi, che un adulto che vive di sport decida di giocare male significa ignorare che cosa è lo sport. A volte qualcuno gioca male apposta? Quand’è così, occorre cercare gli errori che hanno creato un clima di tensione e di ostilità. Salvo che non volessero dire che non sono adulti, e in questo caso ci sarebbe da credere che lo sport non li sappia formare, ma anche in questo caso le colpe sarebbero ben visibili.
Il problema, però, non è questo. Innanzitutto, occorre considerare il metodo. Non serve sfogarsi quando le cose vanno male, anche perché parlare solo delle colpe significa portare l’attenzione sugli errori, che è il modo migliore per fissarli meglio nella mente e ripeterli. Occorre, invece, cercarne le ragioni quando le cose vanno bene e ricreare le stesse condizioni in tutte le partite.
Quali effetti possono produrre questi atteggiamenti, e in particolare le punizioni, perché i sermoni e gli insulti sempre uguali di solito scivolano via senza lasciare segni. Chiunque, nello sport, lo fa per la ferma convinzione che siano utili, e spiace dipingere in un modo così sfavorevole tanti che vorrebbero fare al meglio il proprio lavoro, specie nello sport per tutti, ma occorre parlarne. Chiediamoci prima di tutto se serve punire o pronunciare condanne, che vogliono sempre dire disistima e dispregio. Chi lo fa vorrebbe stimolare orgoglio e una reazione, ma in questo modo mortifica e scoraggia, deteriora il rapporto e può lasciare ostilità e risentimenti difficili da cancellare. E di lì, parlare di collaborazione, “attaccamento alla maglia” o impegno totale diventa difficile. E lo è anche parlare di collettivo, che è iniziativa, coraggio di rischiare, creazione, altruismo e responsabilità, e al quale deve partecipare anche chi non gioca.

Come sempre, chi ha più da rimetterci è il talento, che non tenta più il nuovo per paura di sbagliare, e viene spinto a una frenesia che toglie lucidità e più al confronto fisico, che non è il suo campo, che a quello tecnico. Senza contare che un talento frenato durante lo sviluppo può diventare un ingegnoso distruttivo, e da adulto un corpo estraneo o un ribelle contro.

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