Pillole

Gli ostacoli che può incontrare il talento sono un allenatore che cerca solo il risultato, interpreta la creatività e l’iniziativa come ottusità o mortifica le sue qualità...

... e allora abbiamo l’adattamento o la ribellione.

Per il talento non sono sempre rose e fiori. Ha più cose da dire, ma trova poco spazio per farlo. Le vuole dire a modo suo, e per questo non va bene all'allenatore che cerca l'uniformità e pretende che tutti facciano allo stesso modo le medesime cose, e in particolare quelle subito utili. L’allenatore che cerca solo il risultato vuole che ognuno dia il meglio subito, e per questo chiede al talento di impiegare soltanto le qualità che ha già sviluppato e utili adesso, che sono comuni a tutti. Non gli permette di fare ciò che sarebbe possibile solo a lui, che può non essere subito efficace e deve armonizzarsi con ciò che possono fare gli altri.
In queste condizioni il talento ha difficoltà ad adattarsi, e sembra addirittura capire meno degli altri. Segue soprattutto intuizioni proprie, può sembrare estraneo al gioco perché inventa piuttosto che ripetere, sembra non voler stare negli schemi e andare contro le indicazioni comuni. È il momento del pugno duro, perché quella che per lui è iniziativa libera e forza creativa è interpretata come ottusità da rendere vivace o indisciplina da piegare.

E allora i casi sono due, oppure anche tre. Nel primo si adatta, ma diventa meno utile dell’esecutore disciplinato e finisce per “perdersi”, come si dice. Nel secondo diventa reattivo e ancora più difficile da condurre, perché la creatività soffocata non è dominabile. Prima, osservando con attenzione, si scoprono sistemi a volte subdoli, come un'opposizione mascherata da impaccio o mancanza di attenzione, in pratica una resistenza passiva e, in seguito, modi più apertamente ribelli, come atteggiamenti reattivi, sobillazioni contro l’allenatore e disimpegno anche aperto. Nel terzo, l’allenatore cede e gli lascia uno spazio che non sa amministrare, ma arrendersi dopo avere battuto i pugni e lanciato la sfida è rinuncia all’autorevolezza.

A volte, come avviene sempre più spesso nella famiglia anche con i figli che non spiccano in nulla, al talento, o presunto tale, si concede tutto senza mai pretendere. Una bambina, appena approdata alla pallacanestro, ha subito dato segni di un buon talento. Era la migliore nella sua squadra: compiva gesti tecnici straordinari per l'età e, soprattutto, faceva vincere. Non le hanno mai posto regole e limiti e, anzi, le hanno concesso libertà e privilegi, e lei ne ha approfittato, finché si è convinta di poter ignorare le esigenze di tutti perché valeva più di loro. Si è sentita indispensabile, un campione, anche se nessuno le ha concesso un vero spazio per mostrare tutte le sue qualità, mai indagate e sviluppate, fino a diventare inquietudine e insoddisfazione. È stata sempre giustificata, finché si è sentita autorizzata a tutto, ha perso le giuste misure e ne ha approfittato.

Come fare? Il talento è una pura potenzialità da coltivare perché arrivi a dare tutto ciò che gli consente la sua dotazione, altrimenti può fallire o andare incontro a disadattamenti anche vistosi. Lo sport, per esempio, sbaglia quando pretende di imporre un insegnamento e una specializzazione precoci e uguali per tutti, perché il talento possiede qualità e modi di imparare che sono solo suoi e lo distinguono dagli altri. Oppure quando non riconosce o mortifica queste sue peculiarità e lo costringe solo a imitare e ripetere, e quindi a rinunciare proprio alle particolarità del suo talento, che sono prima di tutto vivacità, iniziativa, ingegno e creatività. Riconosciamogliele, lasciamo che le impieghi per il nuovo anche quando non è ancora sicuro di riuscire, ma stiamo attenti a non mortificarle, perché premono e, se non riescono a venire allo scoperto in modo costruttivo, possono diventare distruttive e rendere il talento non adatto allo sport.

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