Pillole

Il genitore che urla, insulta e minaccia magari fino alla violenza, l’invadente, il cattivo maestro, l’allenatore a casa, chi punisce il figlio che non vince...

...Sono figure che mostrano il disagio di non contare, gli impediscono di arrivare al proprio talento e lo fanno vergognare.

L’allenatore di una squadra di ragazzini ha detto basta e se n’è andato. Non ne può più di genitori rozzi e volgari, istigatori di violenza, maleducati, invadenti fino a voler decidere chi gioca e in che ruolo, ovvio, il loro figlio. Ogni tanto un giornale ne parla come avesse scoperto un caso isolato, ma non è così: capita su tanti campi.
I rimedi? Lo sport ha almeno due modi per far crescere giovani maturi. Uno è fare squadre di soli orfani, ma sono pochi, e l’altro è sperare di trasformare anche i genitori più grezzi in una risorsa. Preferisco la seconda, anche se tante volte sembra solo un’illusione.

Per capirci, abbandoniamo il politicamente corretto e il buonismo di maniera che giustifica tutti. Innanzitutto, perché si fa? Di sicuro per il proprio figlio, ma tutti abbiamo qualche cosa di noi che ci sfugge. Il disagio più subdolo e frequente è la sensazione di non contare, e allora il figlio diventa lo strumento per riscattarci. C’è chi ha fatto sport senza un filo di talento e senza gloria, ma non si rassegna e la pretende dal figlio. Chi vorrebbe vivere da protagonista senza esserci mai riuscito e gioca a farsi importante, più di tutti, perché è il genitore del “campioncino”. Chi mangia piatti amari tutti i giorni, e non gli sembra vero di potersi comportare da uomo con il pelo sullo stomaco. Chi, per i suoi limiti, passa sempre inosservato, e finalmente può fare il tosto che insulta, minaccia e sfida come le persone che sanno farsi temere. Chi è un campione non riconosciuto, o meglio non riuscito, che, se fosse in campo, avrebbe tutte le soluzioni, ma poiché è fuori, le vorrebbe imporre al figlio. O chi è “furbo” e insegna tutti i trucchi, e non riesce a capire che il talento non si esprime con gli artifici, ma con la creatività e l’ingegno.
Le situazioni sono tante, ma un fatto è che il genitore che urla, minaccia, insulta e magari picchia o è volgarmente rozzo è un debole che cerca l’attenzione e l’apprezzamento degli altri, che altrimenti non si accorgerebbero di lui. Questo è il genitore che potremmo definire “patologico”, mentre altri sono solo impreparati, ma tutti si dovrebbero rendere conto di essere d’intralcio per i figli.

Com’è il genitore che nessuno vorrebbe? È ingombrante perché si sente indispensabile e vuole sapere più di tutti. Confonde il figlio, perché decide per lui o, meglio, gioca al posto suo e toglie autorevolezza all’allenatore.
Pretende che sia il migliore e vinca sempre, ma un giovane al quale si chiedono cose inattuabili cresce insicuro e inadeguato anche verso ciò che gli sarebbe possibile.
Gli chiede di giocare solo per se stesso, come unico protagonista, e così il figlio non può imparare dai compagni e si ferma non appena le richieste si fanno più complesse e non basta più avere delle doti se non si coordinano in un gioco collettivo.
Esalta i meriti e condanna gli errori, ma in questo modo non lo allena alla critica e non gli permette di arrivare a conoscere e padroneggiare i propri mezzi. Nel primo caso lo abitua a ripetere e non lo stimola a correggersi e ad avventurarsi nel nuovo, dove si può anche sbagliare. Nel secondo lo scoraggia, perché la creatività e l’iniziativa hanno bisogno di sicurezza e approvazione e si valutano per i miglioramenti e le conquiste, mentre il solo rilievo di ciò che non si sa fare costringe a giocare sul sicuro, ma lì non c’è talento.
Per trasmettergli tutta la carica e la decisione che si sente dentro, lo redarguisce se perde un contrasto o non riesce a sviluppare un’intenzione, ma così lo rende più insicuro e frenato, perché lo fa giocare solo a non sbagliare.
Lo punisce se non vince, ma alla fine il figlio punirà lui: deludendolo, sfidandolo per dimostrargli che non si lascerà mai piegare, trovando sempre un buon motivo per giustificare le sconfitte o non impegnandosi e perdendo, perché a lui basta fallire per far vedere chi conta.
Per dargli carica, crea troppa tensione per la gara, e così il figlio supera il livello di attivazione più efficace per giocare ed entra nella zona delle “gambe molli”, dove si gioca solo più per non sbagliare. Si lascia andare a comportamenti troppo emotivi, scomposti e non controllati per esibirsi e far vedere chi è, e il figlio si vergogna.
Infine, il genitore che s’intromette nel ruolo dell’allenatore blocca la scoperta e lo sviluppo del talento. Quando interviene con ordini e urla per guidarlo durante la partita, cerca di suggerire le soluzioni più “furbe”, che si squalificano da sole, o anche perfette, ma non adatte ai suoi mezzi e, soprattutto, non trovate da lui, ma solo da eseguire, blocca creatività, iniziativa personale ingegno e intuizione, che sono i caratteri specifici e la zona di azione del talento

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