Pillole

Se sappiamo costruire un vero gruppo solidale e abituato a cooperare, da una stagione all'altra si crea sempre una continuità.

Quelli che rimangono formano il nucleo che continua i modi di lavoro e di gioco elaborati in precedenza, e mantiene il clima nel quale i nuovi s’inseriscono senza patire il passaggio e i nuovi metodi.
In tempi passati i cosiddetti “vecchi” spesso facevano pagare un noviziato ai nuovi ma oggi le abitudini dovrebbero essere cambiate. D'altra parte, se ci sono posti vuoti, non si vede perché i vecchi dovrebbero boicottare i nuovi acquisti. I problemi, del resto, potrebbero anche derivare da questi ultimi, e a questo proposito una società, prima di assumere dei giocatori, non dovrebbe guardare solo alle qualità tecniche, ma anche al carattere, in modo da non trovarsi poi con elementi che non si sanno adattare o non sono costruttivi.
Per quanto riguarda il giocatore meno bravo, se lo vogliamo inserire in squadra, ci siamo già resi conto che in qualche modo ci possiamo contare o che comunque non abbiamo di meglio, e allora lo inseriamo come tutti gli altri perché ci serve. Di lì in poi, come si dice, “sta a lui guadagnarsi il posto”. Se però la domanda sottintende l'intenzione di volerlo trattenere nel gruppo promettendogli che lo farà giocare pur sapendo che lo terrà fuori, è meglio che gli esprima subito le proprie intenzioni, altrimenti sarà molto più difficile farlo quando il giocatore avrà capito di essere stato ingannato. Tanti si adattano perché non possono accampare pretese, ma se ne accorgono tutti che c'è stato l'inganno, e questo non consente il clima che si cerca di instaurare in un collettivo.

Contano anche il livello e l’età ai quali siamo, anche se non si parla di professionisti. E non perché si debbano usare metodi formativi diversi, anche se avviene spesso, ma perché si può capire subito chi non arriverà mai al professionismo. Non si può però accettare che ragazzi siano illusi, e poi bocciati quando tanti danni del carattere non saranno più rimediabili.
Tra i dilettanti, se alleniamo degli adulti, sembra più logico far giocare in qualche modo tutti, anche se poco, e averli pronti quando ci servono, piuttosto che avere scontenti che, quando giocano, cercano di strafare o non s’impegnano, oppure alla fine se ne vanno. Se alleniamo dei giovani, invece, far giocare tutti è un obbligo di tanti tipi, anche se spesso ignorato. Lo sport, specie il calcio ad alto o altissimo livello non si pone il problema e continua ad arruolare tanti ragazzi solo per completare gli organici. L’altro sport, però, lo “sport per tutti”, se non vuole continuare a essere solo un’appendice e una fiera delle illusioni, si dovrà attrezzare in altri modi per formare la persona e arrivare allo sportivo possibile. In pratica, non fabbrica di disadattati ma agenzia educativa.

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