Pillole

In America pensano, ma in Italia non siamo male. 

Abraham Loeb, professore all’università di Harward e direttore dell’Institute for Theory & Computation, nell’articolo “Come allevare i cervelli” di Gabriele Beccaria su Tutto Scienze de La Stampa di mercoledì 11 febbraio, dice: “Com’è possibile selezionare drappelli di scienziati brillanti prima che abbiano realizzato le loro scoperte?”

Al momento accusa Loeb si fanno errori su errori: quando si trovano davanti folle di candidati, quasi tutti i professori già affermati si piegano alla sindrome delle “profezie che si autoconfermano”. Cercano dei quasi cloni di se stessi, con le stesse competenze e le stesse opinioni, immaginando che quelle ragazze e quei ragazzi replicheranno i loro successi (veri o presunti). Rinunciando a intercettare forme di pensiero alternativo e a scovare i germi di idee inedite.

Prigionieri dello “stereotipo Einstein” – quello del genio precoce – concedono scarsa attenzione alla “Big Science” e alle competenze necessarie a gestirla, vale a dire secondo Loeb la flessibilità per saltare da un parametro intellettuale a un altro e la creatività con cui motivare i team. Dice ancora Loeb: “Invece di replicare noi stessi, dovremmo puntare alla diversità e incoraggiare scienziati di tutte le varietà, se vogliamo assicurarci un futuro brillante. Sembra facile e non lo è. Ma solo così conclude raccoglieremo abbastanza fiammiferi pronti ad accendersi. Illuminando un domani che si presenta più che oscuro”.

In fondo, Loeb dice che il talento, intellettivo o di qualsiasi natura, che per certi aspetti sono la stessa cosa, è diverso per ognuno, va trattato in modo strettamente individuale, lasciato libero di provare il nuovo, di sbagliare per arrivare alla propria soluzione e alle “idee inedite”. Ogni talento ha qualcosa d’individuale che gli altri non hanno, e la diversità va coltivata, perché se pretendiamo di fare dei cloni di noi stessi imponendo a tutti che cosa e come fare, il talento farà meglio degli altri ciò che fanno tutti, ma non ciò che sa fare lui solo. L’ingegno, quindi, deve poter arrivare a “saltare da un parametro intellettuale a un altro”. In pratica, si deve abituare a procedere da solo e creare il nuovo e l’originale invece di essere educato a essere portato per mano.

Probabilmente Loeb queste cose le ha pensate tutte, ma è il caso di dare valore a qualcosa di “italiano”. Usciamo dalla prestigiosa Università di Harvard e torniamo indietro di oltre trent’anni, a un campo un po’ spelacchiato sul quale giocano a calcio ragazzi già avviati a un futuro importante e guidati da un allenatore geniale e creativo. Si è capito subito che decidere e dare tutto fatto noi adulti significa operare un addestramento, e non aiutare ognuno a raggiungere ciò che gli sarebbe possibile. Che un puro esecutore avrà difficoltà a diventare anche responsabile. Che, semplicemente guardandolo giocare in libertà, di un bambino non si può prevedere lo sviluppo delle qualità tecniche, ma sicuramente il livello d’iniziativa, creatività e ingegno. O, ancora, che se dieci di noi hanno un’idea personale importante e non la custodiscono come un valore segreto, ma la condividono, tutti ne avremo dieci.

Forse Loeb l’avrà fatto, anche se l’articolo non ne accenna, ma noi italiani abbiamo indagato la mente da tanti punti di vista, ci siamo interessati di capirla, svilupparla, farla evolvere e usarla, e di evitare gli interventi che la possono guastare. Abbiamo adeguato l’insegnamento a ogni fase dello sviluppo, e le richieste ai mezzi di ogni allievo, perché chiedere qualcosa che sia superiore alle possibilità, significa guastare lo sviluppo dello sportivo e della persona. Abbiamo “insegnato a imparare” e li abbiamo portati a operare usando i livelli superiori dell’intelligenza, perché è lì che si esprime il talento. Siamo passati oltre la punizione, la protezione o la facile giustificazione e lasciato la libertà di sperimentare il nuovo, e quindi di sbagliare, ma preteso che ognuno si abituasse a pagare le conseguenze delle trasgressioni. Infine, ma ci sarebbero ancora molti cambiamenti da analizzare, ci siamo abituati a parlare “con”, e non “agli” allievi, che è stato forse l’intervento più importante.

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