Pillole

Nella famiglia, nello sport o, forse, in tutti i campi, si cerca da subito ciò che è più efficace per il risultato immediato. 

I figli sono almeno tra i primi della classe, e per questo tanti genitori studiano con loro, fanno compiti e ricerche, suggeriscono qualche espediente e cercano d’influenzare gli insegnanti per ottenere i voti migliori.

Nello sport, qualcuno insegna ancora trucchi e sotterfugi, istiga alla slealtà e alla violenza e, ancora più grave, anche a vie traverse anche autodistruttive.

Si fanno errori clamorosi che lasciano facilmente conseguenze non rimediabili. Che cosa accade al giovane scolaro? Non si abitua a fare da solo e ad acquisire la propria autonomia. Non impara a imparare, che non è un gioco di parole, perché trova sempre soluzioni preconfezionate, ottimali e non impara a percorrere da solo i passaggi verso la conoscenza.

Non utilizza i livelli superiori dell’intelligenza, dove non possiamo fare noi per loro, perché non gli chiediamo di esercitare la critica la creatività e l’ingegno. Non si abitua, quindi, a provare il nuovo, dove può incorrere in un errore, a cooperare con gli altri, e quindi ad acquisire, perché deve giocare sentirsi il migliore che ha già tutte le soluzioni. In pratica, troppi adulti sono ancora convinti che le cose non vadano conquistate, ma basti darle pronte, e che questo sia sufficiente per imparare a usarle e farle progredire.

Su un piano psicologico, lo scolaro si può convincere di avere già quanto basta per stare sopra di tutti, finché fallisce e si arrende. Oppure cerca altri campi, non costruttivi e spesso non rassicuranti, in cui si sente apprezzato o sa primeggiare. Accumula insicurezza, perché dovrebbe soddisfare richieste eccessive, finché rifiuta di mettersi alla prova dove non è sicuro di riuscire. E alla fine esige, perché l’adulto, quando deve prendere atto della propria impotenza, diventa pronto a tutto per ottenere almeno il possibile, come succede al genitore, che si mette al servizio, fa tutto lui addirittura paga, per ottenere almeno un po’ d’impegno. Oppure lo punisce con scelte e fallimenti spesso addirittura drammatici.

Questi sistemi, che qualcuno definisce ancora educativi, vanno contro le regole fondamentali dell’educazione, e creano ostacoli proprio verso la completezza dell’adulto: fanno assumere comportamenti che ostacolano la creatività, la vivacità, l'iniziativa e il naturale impulso a migliorare e a evolvere. Per esempio, c’è chi ha paura che i giovani, figli o allievi, si muovano in direzioni dispersive e prive di costrutto. Li costringe a seguire una linea precisa e già tracciata che li porti subito ai comportamenti della vita adulta. Cerca solo realizzazioni concrete e immediate, ma un giovane deve poter provare nuovi percorsi, sbagliare e imparare a correggersi. Non occorre avere fretta, perché lo aspettano ancora molte prove che gli permetteranno di conoscersi, scoprire le qualità di cui dispone, sperimentare l'efficacia delle proprie iniziative e individuare gli obiettivi da conquistare.

Oppure, c’è chi crede che per dare coraggio e decisione sia sufficiente liberare i giovani dagli ostacoli e dalle difficoltà. Quest’atteggiamento impone di predisporre percorsi già tracciati e protetti da ogni rischio per farli sentire più sicuri, e non serve per abituarli a camminare da soli. È convinto di portarli all'autonomia, ma li abitua a essere semplici esecutori. Non li stimola a farcela con le loro forze, perché non accetta che possano sbagliare e rischiare qualche insuccesso. Non apprezza il loro impegno se non soddisfano tutte le sue richieste e attese e non li lascia liberi di pensare e decidere, perché non apprezza le loro opinioni. E alla fine, con la protezione anche di fronte alle comuni difficoltà, li convince di non essere all’altezza di farcela, di doversi sempre affidare invece di impegnarsi per risolverle e, quindi, di poter interpretare l'autonomia come facoltà di chiedere e di essere esauditi.

Che cosa fare per non cadere in queste situazioni? Proporre situazioni nelle quali i giovani possano riconoscere e correggere gli errori, provare a risolvere da soli i dubbi, muoversi in percorsi non prestabiliti, sperimentarsi e sbagliare. Accettarne i limiti e i naturali sentimenti d’inadeguatezza, così che possano riconoscerli e impegnarsi per superarli. Non mascherare la realtà per dare sicurezza, e non nascondere le difficoltà per liberarli dalla paura, o non accentuarle per stimolarli all'impegno o a una maggior decisione. Apprezzare i tentativi per creare il nuovo prima dei risultati concreti, per non privarli delle conferme che li possono garantire sull'efficacia delle loro iniziative. Non offrire soluzioni già definitive, ma lasciarli liberi di cercare quelle che sono più efficaci per loro.

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