Pillole

Un po’ di ansia prima della gara è fisiologica e inevitabile, ma soprattutto utile.

Non è paura, però, ma attesa gioiosa, impazienza e prospettiva di una bellissima prestazione. 

È la “carica” spontanea, senza qualcuno che stimola la paura per risvegliare il coraggio.

È uno stimolo fisiologico, ma ha una misura. Immaginiamo una U rovesciata: in ascesa il rendimento aumenta, ma dallo “scollinamento” cala in modo progressivo fino ad annullarsi.

Negli sport di squadra, a volte si usa ancora tenere in ansia i giocatori fino all'ultimo momento. Non si comunica la formazione, e la spiegazione è che si fa per evitare che quelli che giocheranno si sentano troppo rassicurati e allentino l'impegno, e che gli esclusi si abbattano, si adagino o boicottino durante gli allenamenti o nello spogliatoio. La tensione, però, specie in quelli che non sanno se saranno scelti è già sempre troppa: non stimola quelli che sono sicuri del posto, che non hanno nulla da temere, non rassicura quelli che sono in bilico, che avrebbero più bisogno di tranquillità e di sicurezza, ed è più un inganno che un’inutile sollecitazione per gli esclusi, che ci hanno sperato sino all'ultimo e si abbattono per la delusione. C’è anche chi lo fa per stupire con una formazione a sorpresa dopo averne lasciata credere un'altra per tutta la settimana, ma così stupisce anche i giocatori, che invece hanno bisogno di sicurezza.

Si fa perché i giocatori non prendano sottogamba la gara e mettano il necessario impegno nel prepararla. Per questo si cerca di drammatizzarla mettendo in dubbio la maturità e la logica mentale del giocatore che, se non ci sono ostilità e qualche motivo di vendetta da consumare, è sempre motivato a vincerla. Il massimo rendimento, poi, è una condizione costruita col tempo e sedimentata nella mente che non ha bisogno di stimoli e, anzi, se troppo sollecitata, è difficile da trovare. Si crede ancora che esagerare l'importanza e la difficoltà di una gara o ingigantire la forza dell'avversario sia una necessità, quasi una droga, e la via per stimolare un agonismo rabbioso, ma in questo modo si passa a un’attivazione eccessiva e dannosa che consuma energie, toglie lucidità e provoca insicurezza e paura di non farcela.

Come si crea l’eccesso di ansia prima della gara? C’è chi non nasconde la propria apprensione, o si fa vedere preoccupato perché anche gli allievi abbiano paura. Chi si dà da fare per stimolare voglia ed entusiasmo, fa lunghi giri di parole per convincerli a mettere tutto l’impegno, e alla fine non è utile a quelli che hanno già paura della gara per conto proprio né a quelli tranquilli, che non ne hanno bisogno. Chi parla troppo, perché non è sicuro che abbiano capito e siano capaci di raggiungere le condizioni più favorevoli per la gara, e più che alto li confonde, come il ripasso di tutta una materia prima di sedersi per un esame. Chi richiama a quei doveri che dovrebbero far parte dello sport senza bisogno di evocarli o suggerirli. O chi parla di rabbia, cattiveria, cinismo e furore agonistico, e qui occorre intenderci: se si parla di decisione, impegno e impazienza di misurarsi, ci capiamo, ma se si esasperano i toni, è il caso di fare qualche riflessione.

L’atleta esperto di solito pensa ad altro in attesa della fine del sermoncino, e allora non si capisce perché si deve fare. Quello che, invece, dà retta a questi “stimoli”, rischia di farsi prendere dalla paura di non essere pronto e di avere bisogno di un intervento che dipende da altri. La mente, infatti, segue una logica sua particolare: se crediamo di poter dare sicurezza e coraggio con le parole, implicitamente ne rileviamo la mancanza e procuriamo insicurezza, e alla fine la paura di non farcela si trasformerà anche in disturbi fisici e psicologici che incideranno sul rendimento.

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