Pillole

Mettiamo insieme tutti gli errori che può commettere un adulto, ...

... sicuri di sbagliare, perché nessuno li ha insieme e così marcati, e sicuri di non sbagliare, perché un po’ li abbiamo tutti.

In ogni caso, che ce ne rendiamo conto o no, noi adulti siamo figure educative importanti che possono sbagliare più nella formazione della persona che dello sportivo, perché questi, senza la persona, è poca cosa.

Innanzi tutto, sbagliamo chiedendo ai giovani una competitività e comportamenti da adulti, e intanto, proponiamo sistemi e obblighi che li mantengono bambini. C’è chi dice: "L'adulto sono io, e un ragazzino deve solo adattarsi senza credere di avere ragione!". Questo modo di pensare è il più grosso ostacolo, perché chi pretende di essere l’unico a poter avere opinioni, a decidere e stabilire cosa si possa o non si possa fare, sembra logico e razionale, ma non prepara l'adulto che vi è in ognuno, e quindi non educa. Resta un modello lontano e non raggiungibile che può ottenere obbedienza e sottomissione, ma non adesione e intesa.

Le possibilità di sbagliare e di essere un freno sono tante, forse soprattutto quando pensiamo di essere utili e indispensabili.

Per esempio, li trattiamo come esecutori passivi che non devono mai pensare da soli e uscire dalle righe e, intanto, ci aspettiamo che assumano le iniziative autonome necessarie in gara. Diamo tutto già stabilito e mai pensato da loro, e pretendiamo che abbiano già immagazzinato tutto ciò che serve per assumere da soli le iniziative necessarie per vincere.

Per far vedere chi comanda, non concediamo la libertà di creare, di sperimentarsi e di trovare soluzioni, e dunque non li stimoliamo a sviluppare decisione e iniziativa, che sono condizioni essenziali per l'agonismo e per lo sport. Imponiamo ubbidienza e sottomissione invece di cercare l'intesa e la collaborazione, oppure dipingiamo l'avversario come un nemico, fino a non abituarli ai rapporti armonici che servono alla persona e allo sportivo. Infine, non consentiamo di partecipare alle decisioni che li riguardano, di rispondere con la loro creatività e iniziativa e di imparare ad amministrarsi da soli, che sono i fattori essenziali per portarli alla condizione di adulti.

A volte sappiamo di giocare anche sporco. Insegniamo la slealtà, la scorrettezza e l’elusione delle regole con tutti, e intanto esigiamo che con noi siano sempre corretti, rispettosi, disposti a ubbidire e mai reattivi. Li manipoliamo prospettando un futuro da campioni, premiandoli secondo il risultato e non per l'impegno e le intenzioni, ma così li magnifichiamo anche quando non ne hanno meriti, e non li stimoliamo a cercare di migliorarsi. Giustifichiamo tutto purché vincano, ma in questo modo non li abituiamo a valutare la qualità della prestazione, a correggere gli errori e ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Li insultiamo e li puniamo se perdono, e in questo modo li umiliamo quando sono già scoraggiati. Oppure, li obblighiamo a doversi difendere da giudizi inutili e affrettati, che rendono insicuri e, in definitiva, non li alleniamo a essere costruttivi, e non li portiamo all’autonomia e alla responsabilità.

C’è anche chi vorrebbe cambiare, ma non riesce a liberarsi di tanti condizionamenti, e non si fida di metodi che lasciano troppo spazio ai giovani.

Per esempi, teme che, lasciati liberi, non vadano nella direzione attesa e perdano tempi dello sviluppo sportivo, e allora chiede assimilazioni, e non permette che si muovano fuori da tracce chiare e garantite o che si sperimentino in iniziative, interpretazioni e compiti nuovi e personali.

È più attento alle qualità e ai caratteri dei singoli, ma non consente che li sviluppino fino in fondo, e continua a pretendere che siano buoni esecutori solo da modellare.

Evita di imporsi e lascia più spazio alle opinioni e alle iniziative, ma rifiuta ciò che non risponde alle sue attese e direttive, e quindi non va oltre la semplice ricerca di consenso e adesione. Dice di allenarli a gestirsi da soli, ma chiede realizzazioni già previste e attese e si aspetta solo un buon assorbimento delle informazioni.

Crede di offrire partecipazione, ma pretende solo l'applicazione di disposizioni già stabilite, e li chiama in causa solo su questioni marginali, e mai a progettare e decidere, e così forse evita il conflitto perché li assopisce, ma non riesce a farsi seguire non li porta all'autonomia. Oppure, dà regole chiare da seguire ma, non lasciando che decidano anche da soli, non li rende responsabili.

Per farli arrivare più rapidamente al rendimento e ai modi degli adulti, offre soluzioni già pronte, boccia i tentativi e le intenzioni che non fanno subito punti, pretende di stimolarli con giudizi negativi e li vincola a percorsi obbligati e a risposte impeccabili. Così, mortifica la fantasia e l'iniziativa, e non li prepara a essere responsabili nei confronti degli obiettivi perché, se la soluzione non dipende anche dai contributi e dall'impegno che profondono, non sono motivati a impegnarsi per conseguirli.

Ritiene di potersi far seguire solo imponendosi, e di doverli in ogni caso frenare. Li considera un groviglio di istinti e impulsi da dominare e da estirpare, anche se hanno motivazioni utili e valide solo da esprimere. Il compito formativo diventa, quindi, un rigido controllo che trasforma lo sviluppo in una continua rinuncia alla scoperta del proprio talento, e allora il risultato migliore è uno sportivo che assimila e mette in pratica ciò che gli è comandato. O, al contrario, nel timore di contrariarli, non pone i giusti freni, non fa pagare le logiche conseguenze per le trasgressioni, ma così non li abitua a riflettere sugli errori e a imparare a correggersi, a stare nelle regole e a evitare le situazioni che possono mettere in difficoltà. In pratica, non opera in modo che acquisiscano sicurezza e autonomia, che sono le garanzie perché possano superare davvero i disagi che incontrano.

Oppure, cerca di "insegnare" a pensare, ad avere le proprie opinioni e a fare da soli, ma ha paura della loro libertà e cade nel controsenso di volerli rendere autonomi solo dotandoli di conoscenze e soluzioni. Certo deve vigilare perché la libertà non diventi anarchia, ma far sentire troppo il controllo non li lascia liberi di scegliere, decidere e assumere iniziative anche dove possono sbagliare. Questo significa non portarli fin dove lo consentono le loro potenzialità e motivazioni, e dove i controlli diventano impliciti e non hanno bisogno di essere imposti.

Qualcuno, addirittura, si perde in un paradosso. Cerca di eliminare i naturali disagi per dare quella sicurezza che dovrebbe consentire di non avere problemi nello sport. Gli capita, per esempio, con il talentino convinto già di possedere tutto, che crede che sia sufficiente liberare dagli ostacoli perché lo esprima. Gli risolve tutti i problemi, ma gli impedisce di imparare a risolverli da solo, e lo ascolta solo per correggerlo e per fornirgli la soluzione giusta. Gli offre un apprezzamento formale e non credibile, che non lo rassicura e lo costringe a cercarlo attraverso soluzioni improbabili o temerarie, oppure a rinunciare per paura di non essere all'altezza.

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