Pillole

L’ingegno che crea e si sfoga nell’azione stimola interesse e annulla la fatica: in pratica, agisce come l’allenamento sul fisico.

Addirittura, stimola la produzione di nuove cellule, allo stesso modo in cui l’esercizio fisico produce effetti sul muscolo.

È opportuno, dunque, che l’attività fisica sia sempre piacevole, varia e svolta in un clima privo di tensioni, perché uno stress costante nello sport genera riduzione della funzionalità e del rendimento, e fuori una disfunzione d’organo che causa la malattia.

Lo sport opprimente, quello che «carica di adrenalina», come si dice, stimola all’attacco o alla fuga, cioè la reazione convulsa a un bisogno impellente o a un pericolo che terrorizza, ma neutralizza lucidità, creatività, ingegno e precisione. Questo tipo di sport non appaga il piacere, non stimola l’interesse, non chiama a partecipare e non favorisce l’iniziativa libera, e quindi non permette di giocare e divertirsi, specie nell’allenamento, che spesso è fatto perlopiù di esercizi fisici e ripetizioni. Se, invece, è gradevole e creativo e lascia libertà di sperimentazione, d’iniziativa e di azione, lo sport elimina noia e stanchezza e rende più lucidi e attivi anche nella scuola. Non dobbiamo, però, essere noi a renderlo spiacevole trasformandolo, come si dice ancora, in un sacrificio o facendo solo appello alla volontà.

Un esempio. In una conferenza rivolta a genitori di bambini e ragazzi che tentano di praticare lo sci a livello agonistico, ad un certo punto salta fuori la parola «sacrificio», perché i ragazzi si devono alzare presto per andare a far gare anche in stazioni lontane. Si fa notare che è eccessivo parlare di sacrifici per praticare uno sport bellissimo, e quindi per andare a divertirsi, altrimenti lo sarebbe anche alzarsi al mattino per andare al lavoro, o magari anche solo vivere, perché non tutto ciò che si deve fare può piacere. Non tutti sono d’accordo. C’è chi parla di risvegli al freddo prima dell’alba e chi elenca attività ricreative ben più comode e divertenti che si potrebbero praticare a casa.

Può sembrare tutto logico, ma occorre farsi qualche domanda. La prima, perché uno sport può non divertire? Oggi, soprattutto negli sport da prima pagina, troppi genitori e allenatori, per inseguire illusioni e liberarsi da delusioni proprie, trasformano lo sport in un lavoro e in una specie di dovere opprimente. Allora è facile che un giovane, che magari non lo ha neppure scelto, lo avverta come un peso che non cancella la nausea di scuola. Sembra la ripetizione di una giornata di scuola in cui sia previsto un compito impossibile, come per tanti ragazzi nello sport che hanno l’obbligo di vincere, ma non ci riusciranno mai, perché gli altri sono più forti. È invece più difficile, anche se i giorni liberi dalla scuola dovrebbero servire per ritemprarsi magari con qualche ora in più di sonno, che lo sport sia un sacrificio per quelli che lo praticano sapendo di poter vincere, perché hanno la possibilità di soddisfare le motivazioni più prementi in un giovane.

Poi si fa un accenno alla scuola, e per i genitori le lamentele sono più numerose delle soddisfazioni. E allora la seconda domanda è più maliziosa: e se il «sacrificio» fosse un pretesto? Non affrontiamo certe abitudini poco capite come soddisfare i bambini in tutto e privarli del piacere dell’attesa e del desiderio di conquistarsi le cose, e stiamo nell’argomento scuola e sport. Per un giovane che arranca nello studio per mancanza d’impegno e di sicurezza, e forse anche di desiderio di misurare le proprie possibilità, è facile trovare, anche senza sapere, l’alibi del sacrificio. Il giovane che sa di essere apprezzato perché, nonostante tutto, nello sport mostra di impegnarsi per far felici i genitori, giustifica il senso di colpa per la mancanza d’impegno nella scuola con la fatica nello sport, e può chiedere sempre maggiore aiuto nei compiti e nella preparazione delle lezioni.

Un consiglio. Oggi, nella famiglia, nella scuola e nello sport, dovrebbe essere chiaro che gli stimoli efficaci sono il piacere che può dare qualsiasi attività, l’interesse di sperimentarsi, la scoperta del nuovo, i progressi e l’apprezzamento che si può ottenere dall’adulto. Non opprimiamo figli e allievi con i nostri malumori, con la richiesta di risultati impossibili e, dopo la mancata vittoria, facendo pesare la nostra delusione. Non scarichiamo su di loro accuse e rimproveri se sbagliano o non riescono a soddisfare aspettative e desideri che sono nostri. E non facciamo come fossimo ai bordi di un campetto di calcio, di una piscina, di un campo da tennis o di golf quando i figli perdono una gara nella quale, per noi, non potevano che vincere. Come fare per sommare gli effetti di scuola e sport? Trattiamo entrambe le attività allo stesso modo: chiamiamoli a partecipare anche a ciò che devono imparare, e non limitiamoci a impartire ordini non spiegati e solo da eseguire; chiediamo ai giovani di essere attori attivi anche chiamando in causa le qualità e le funzioni dell’intelligenza; stimoliamo la partecipazione e la libertà di esercitare l’inventiva, e insegniamo a individuare e applicare nuove conoscenze e a perseguire fino in fondo gli obiettivi.

Dal libro "Insegnare, imparare, insegnare a imparare". Per gentile concessione di Minerva Medica.

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