Lo sport permette di sperimentare sia benessere che performance, fa incontrare nuovi amici e ritrovare di vecchi; fa conoscere culture e luoghi sconosciuti e apprezzare persone. Fa mettere in gioco, vivere esperienze, faticare, prendere treni e strade per tagliare traguardi, raggiungere mete e sogni ambiti, sfidanti anche se difficili.

Di solito si attribuisce all’aggressività un significato negativo ma, a determinate condizioni, è una pulsione indispensabile per impiegare tutte le energie nella gara. Non implica sentimenti ostili nei confronti dell’avversario e non ha bisogno di essere istigata, perché lo sportivo ha per natura tutta quella che gli serve.

È successo il fattaccio, e ci siamo accorti tutti che nello sport c’è della violenza. Ma no!

Si dice che abbia un colore politico, ma le ideologie formano un cerchio, e le parti estreme si sovrappongono, perché la stupidità e la rozzezza sono sempre le stesse. Sappiamo che entrambe predicano consapevolmente la violenza secondo un’ideologia folle.

Quando i muscoli prevalgono sul cervello, il cinismo, la viltà e l’indifferenza verso chi non si può difendere prevalgono su un minimo di civiltà e cultura, qualcosa si deve fare. Ma come e da chi, se basta un paio di giorni di sdegno recitato per cestinare la notizia?

Negli ultimi tempi, anche squadre di rango hanno cali improvvisi o resurrezioni non spiegabili. Sicuramente ogni caso ha le proprie spiegazioni che solamente chi lo vive può descrivere nei particolari.

Qualche considerazione si può fare.

La prima, che conviene iniziare da cause lontane, in pratica dalla formazione, dove perlopiù s’insegna a giocare per vincere subito. In questo modo, oltre a frenare lo sviluppo del talento, che è sempre un’ottima garanzia per non cadere nel panico per una difficoltà o un imprevisto, quando si passa in vantaggio, di solito inizia un’altra partita. Si passa da un comportamento propositivo, cioè mettere in campo tutte le capacità per imporre il proprio gioco a una fase in cui si tenta di frenare quelle dell’avversario. in pratica si gioca per non perdere, che è rinuncia e difesa, perché si passa dalla sicurezza di imporre il proprio gioco alla paura di essere sopraffatti.

Perché un passaggio così rapido? La paura di fallire agisce in tempi brevissimi. Magari dopo un pericolo corso per una sbandata generale o anche per qualche azione della squadra avversaria che ha messo in seria difficoltà, s’inizia a giocare per non perdere. Gli automatismi, che significano giocare in scioltezza e costruire l’azione senza dover ricorrere al ragionamento, sono sostituiti dall’attenzione a non sbagliare, e quindi alla rinuncia al gioco propositivo, che è giocare per imporsi e per vincere, per sostituirlo con il gioco puramente di opposizione alle iniziative avversarie, che spegne la scioltezza, la lucidità e l’iniziativa personale.

Giocare per imporre il proprio gioco è del tutto diverso dall’adattarsi a quello dell’avversario solo per riuscire a neutralizzarlo, e implica addirittura l’intervento di strutture neurologiche diverse. La funzione dei neuroni specchio, per esempio, che permettono di inserirsi psicologicamente nell’azione dell’avversario come fosse la propria e prevederne lo sviluppo, è sostituita dall’attesa del suo gesto per mettere in atto la contromisura. È un procedimento troppo lento e che, soprattutto, impone una concentrazione dell’attenzione sui particolari e la perdita di vista dell’insieme.

E la squadra antagonista? Avverte subito la difficoltà degli avversari di giocare in scioltezza, il passaggio dalla libertà creativa al rallentamento delle azioni e la mancanza dell’imprevedibilità che dà il collettivo. Smette di essere troppo guardinga e inizia a osare, perché si sente più sicura e si rende subito conto di giocare in scioltezza. In questi casi, la squadra che è in crisi, invece, si limita a difendersi o, quando prova a reagire, non riesce a passare subito agli automatismi, e gioca prima di tutto per non sbagliare. In pratica, “ragiona” prima di fare ed ha difficoltà a capire che cosa faranno i compagni, ma così rallenta le azioni e non riesce a creare collettivo.

Come avvengono questi passaggi così improvvisi? Tra due squadre che non sono già in crisi, il meccanismo è sempre lo stesso, e le differenze, quando una riesce a recuperare più rapidamente, sono un collettivo vero e una maggiore maturità complessiva.

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