La parola ai tecnici

Il gioco del calcio, a tutti o quasi, dà emozioni immediate.

Ad esso associamo sensazioni, ricordi che sono nella memoria di ognuno secondo il proprio vissuto, come protagonisti o spettatori degli eventi calcistici.

In Italia, poi, il calcio è presente ovunque, è intorno a noi, dentro e fuori di noi, comunque è la nostra storia. Nel mondo, poi, più o meno vale lo stesso concetto.

A parte le coloriture emozionali, come allenatore, mi sono posto una riflessione più o meno approfondita del rapporto che poteva esserci tra le metodologie degli allenamenti del gioco con le altre discipline. La sola conoscenza delle varie metodologie riguardanti gli allenamenti, a mio giudizio, senza considerare la complessità del gioco rischia di farci sviluppare un pensiero statico, riduzionista e rinchiuderci in un meccanicismo lineare.

Leggendo E. Morin mi sono convinto che il suo “sistema” poteva sostituirsi in tutto e per tutto a quello di Uno; in una parola la “Complessità” è il legame tra l’unità calcio e la molteplicità di percorsi multidisciplinari.

Leggendo Oscar Cano, allenatore in Spagna e studioso dei metodi di allenamenti di Guardiola al Barcellona, e osservando l’impostazione degli allenamenti dei piccoli calciatori alla Cantera, ho conosciuto, almeno in parte, il sistema che ha ispirato il loro modo di produrre calcio nella “Complessità”. È opportuno, per chiarezza, distinguere due modelli di allenatori: il primo per il settore giovanile, il secondo per le prime squadre.

È opportuno perché, seguendo il neuropsicologo Chris Frith, si hanno due approcci didattici e pedagogici diversi. Per le prime squadre l’approccio non può che essere “HARD” ovverossia l’obiettivo deve essere definito. Per chi si occupa dell’educazione del giovane calciatore in modo integrale, invece, l’approccio non può che essere “SOFT”, e l’obiettivo rimane indeterminato, non potendo prevedere l’evoluzione del giovane calciatore, fatto salvo un elemento essenziale, per formare l’atleta, l’incastro genetico.

Nell’attività di allenatore, sia di prima squadra sia di settore giovanile, è fondamentale conoscere le scienze cognitive e le neuroscienze, per lavorare sugli apprendimenti e sui modi per produrli. Al corso allenatori in Italia, almeno di UEFA B, queste discipline non s’insegnano o, almeno, c’è una piccola parte dedicata alla psicologia e alla medicina sportiva.

Gli allenatori professionisti italiani, sotto il punto di vista professionale e pragmatico, sono i più bravi del mondo. Fanno scuola. Fanno apprendere la tattica secondo i principi didattici esperenziali, e spesso si aiutano nello spogliatoio, come dicono gli Inglesi, con “chalk and talk”, gesso e parola. I giovani calciatori, invece, devono evolversi con “l’apprendistato cognitivo” o le comunità di pratica. Pier Cesare Rivoltella insegnante universitario di didattica scrive: ” In questi modelli l’acquisizione di competenze da parte del novizio avviene attraverso la sua partecipazione periferica legittimata a una comunità all’interno della quale conoscere le pratiche degli esperti, acquisirle per modellamento, svilupparne una padronanza attraverso l’esercizio e il supporto (scaffolding) ”.

Sulle motivazioni e le emozioni che sanno dare alla squadra gli allenatori professionisti italiani, basta fare gli esempi di Bearzot e Lippi, che ci hanno regalato due mondiali. L’approccio metodologico dei nostri allenatori fa scuola nel mondo, e con la scoperta dei neuroni specchio di Rizzolatti e il suo staff, ne abbiamo avuto la conferma scientifica. Scrivono Rizzolatti e Sinigaglia a proposito della funzione evolutiva delle emozioni: ” Le emozioni offrono al nostro cervello uno strumento essenziale per orientarsi tra le molteplici informazioni sensoriali e per innescare automaticamente le risposte più opportune…”.

Dopo queste premesse, fare autocritica su come sta evolvendosi il calcio in Italia è doveroso. Autocritica su due obiettività; la prima: perché pochissimi calciatori italiani giocano nel massimo campionato? La seconda: perché c’è stato un flop delle squadre italiane a livello di Champions League?

Credo che nella nostra scuola calcistica, come ho accennato all’inizio, prendiamo poco in considerazione una visione sistemica del pianeta calcio. Non consideriamo che le altre discipline possono essere interconnesse con l’evoluzione del nostro gioco. Non prendiamo in considerazione, nel nostro modo di essere come addetti ai lavori “a reti all’interno di reti”. Nella scuola italiana, se si rinchiude la complessità del gioco, oltre certi limiti, nel tatticismo e nel motivazionismo, si perde la conoscenza correlata al calcio come circolarità, e si cade nella linearità riduzionista.

Per progettare calcio e la sua evoluzione, come succede a Barcellona, in Olanda e da qualche tempo in Germania, anche in Italia bisogna concepire un PENSIERO e un modo di lavorare che tenga conto dei diversi saperi multidisciplinari, ed evitare di appiattirci sulla specializzazione. È solo un caso che i nostri dirigenti cominciano ad affidarsi ad allenatori come Sederò, Garcia, Benita?

Io seguo con simpatia e interesse le pubblicazioni: “di un centro di eccellenza per la formazione dei migliori studenti, dottorandi e ricercatori iscritti alle sette università milanesi […]. L’offerta formativa del collegio ha lo scopo di spingere gli studenti a spaziare fra i diversi ambiti del sapere “. Un ragazzo, Riccardo Finozzi, laureato in Filosofia presso la London School, ha scritto nel 2008, all’età di ventiquattro anni, le seguenti parole su un libro pubblicato da alcuni studenti del collegio di Milano: ”Con un pizzico d’ironia posso anche affermare che ciò ha giovato al lavoro stesso, che è stato portato a termine con i suoi pregi e i suoi limiti, ma comunque con un messaggio ben preciso d’integrazione tra i saperi, e un invito a non aver paura di affrontare temi che trascendono dalla propria area disciplinare.”
Spero che si possa mettere in piedi una scuola formativa per giovani allenatori che aiuti il nostro sport a uscire dall’impasse.

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