La parola ai tecnici

Sono giunto a questa convinzione anche in considerazione dell’esperienza derivante dal mio passato di calciatore professionista.

Durante il quale mi sono trovato a dover marcare sia a uomo che a zona giocatori con qualità tecniche, tattiche e fisiche diverse (poiché proprio in quegli anni si è avuta una radicale trasformazione tattica passando dalla marcatura a “uomo” a quella a “zona”).

La riflessione su concetti di tecnica calcistica, ripresi e discussi durante il corso Master, il bisogno di ordinare e focalizzare in modo sempre più critico e consapevole l’insieme di esperienze svolte in più di venti anni di attività di allenatore in tutte le categorie del settore giovanile e con adulti dilettanti e professionisti e l’interesse verso la pedagogia intesa come disciplina che studia mezzi e metodi relativi al rapporto insegnamento-apprendimento sono le principali motivazioni che mi hanno indotto a sviluppare questo lavoro.

Se l’obiettivo dell’allenatore è cercare di migliorare costantemente i fattori tempo e spazio nel singolo, l’attività didattica dovrà essere coerente, e si dovrà sempre rivolgere su due piani d’intervento fra loro diversi ma integrati e correlati.
Il primo sarà rivolto verso l’individuo, il singolo, l’Unità Significativa, con lo scopo di valorizzare al meglio le potenzialità del calciatore, mentre il secondo sarà rivolto al collettivo (un insieme di individualità diverse ed eterogenee) con lo scopo di creare una squadra il più possibile organizzata, razionale, elastica ed equilibrata.

Nell’intervenire sull’individuo. L’allenatore deve avvalersi degli elementi e dei mezzi forniti dalla tecnica di base e dalla tecnica applicata o tattica individuale, prerequisito indispensabile per una corretta applicazione della tattica collettiva.
L’intervento sul collettivo deve essere attuato dall’allenatore fornendo le regole di gioco alla sua squadra, cioè i segnali di comunicazione fra i calciatori nelle due fasi e nelle diverse situazioni del gioco.
È l’allenatore che fornisce le conoscenze con le quali tutti potranno comprendere in modo unitario le situazioni, e perché ciò avvenga in modo efficace, l’allenatore rende più agevole la comprensione delle situazioni del gioco in difesa e in attacco con proposte didattiche di campo semplici e d’immediata percezione.

Il lavoro dell’allenatore è di carattere generale quando si riferisce alla tattica collettiva, e diviene particolare quando si orienta sul singolo; c’è un continuo passaggio dal collettivo al singolo, dal generale al particolare e viceversa, senza un ordine preciso di priorità.
L’intervento dell’allenatore avviene sulla realtà, su ciò che osserva nell’esecuzione singola e di squadra; nella tattica collettiva (di reparto, di squadra), l’allenatore indica le regole del gioco, si sofferma sui canali di comunicazione affinché tutti comprendano la situazione proposta, per passare ai dettagli nell’esaminare i comportamenti del singolo in quella situazione (tecnica di base e applicata).
L’agire dell’allenatore deve sempre rendere consapevole il giocatore, operando sul perché e sul come di un certo comportamento, evidenziando pro e contro di una certa condotta tattica.

L’allenatore deve adottare un modello d’insegnamento cognitivista, centrato sulla comprensione concettuale e consapevole del proprio agire, per sviluppare nel calciatore capacità creative, critiche e di autonomia utili nell’affrontare le situazioni di gioco, evitando al calciatore il ruolo di puro esecutore di ordini e schemi, privo di capacità decisionale, incapace di sapere cosa fare soprattutto in collegamento con i compagni.
Se è vero che il calciatore è il protagonista durante il gioco, poiché è chi decide cosa e come fare in ogni istante della gara sulla base delle sensazioni e delle percezioni che ha della situazione, è molto importante offrirgli un ventaglio di conoscenze calcistiche il più possibile ampio e articolato, per metterlo nelle condizioni di scegliere razionalmente, nel minor tempo possibile, la soluzione più appropriata in rapporto alle sue percezioni spazio-temporali e alle sue capacità tecniche.
È compito specifico dell’allenatore proporre e trasmettere queste conoscenze al calciatore.
L’intervento dell’allenatore deve essere massimo all’inizio ma, con il passare del tempo, con la crescita della consapevolezza e dell’autonomia dei giocatori, deve ridursi.


Fase di non possesso palla

Presa di posizione
Nella situazione di perdita del possesso palla, il giocatore dovrà tenere conto della propria posizione in riferimento:

  • alla propria porta;
  • al diretto avversario;
  • alla zona di campo dove si trova la palla.

L’errore più grave che il giocatore può commettere riguardo alla presa di posizione è di farsi sorprendere alle spalle; qualora ciò avvenga, sarà ben difficile che il difendente possa rimediare se non ricorrendo a un’azione fallosa “da cartellino”.

Limitare

Marcamento
È direttamente collegato alla presa di posizione. Saper marcare un avversario significa avere la massima attenzione sui movimenti, mantenendo nei suoi confronti una distanza tale da impedire la sua azione tramite un contrasto o un anticipo.
La tecnica di marcamento varia in funzione delle/a:

  • caratteristiche tecniche e fisiche dell’avversario;
  • caratteristiche tecniche e fisiche di chi effettua la marcatura;
  • posizione della palla in riferimento alla porta (marcatura stretta-marcatura allentata).

L’errore che il giocatore non deve commettere nella marcatura a uomo o a zona è differenziare (secondo il contesto in cui si trova a marcare, cioè a uomo o nella zona), la distanza dall’avversario. In entrambe le situazioni, la marcatura deve essere effettuata con i principi sopra esposti, non lasciando libertà, soprattutto in zona pericolosa, al diretto avversario.

Intercettamento e/o anticipo
È la diretta conseguenza dell’azione e della presa di posizione e di marcamento. La differenza tra intercettamento e anticipo consiste nel fatto che l’intercettamento è definito come un’azione individuale che tende a interrompere un’azione offensiva dell’avversario andando ad agire direttamente sulla traiettoria del pallone e non presuppone la vicinanza dell’avversario. L’anticipo si basa invece sul movimento anticipato del difensore sul diretto attaccante, andando così a riconquistare la palla o a interrompere l’azione avversaria.

Contrasto

È l’azione attraverso la quale si riconquista la palla. Gli elementi che lo caratterizzano sono:

  • la scelta di tempo, che deve essere corretta;
  • la determinazione;
  • l’equilibrio del corpo nell’esecuzione del gesto tecnico;
  • la velocità di esecuzione.

Esistono due tipi di contrasto: diretto e indiretto. Il primo è quello sopra descritto, dove si registra contatto con l’avversario, il secondo è riferito al movimento attraverso il quale si riesce a mettere in zona d’ombra l’attaccante, impedendogli di ricevere un passaggio diretto da parte del portatore di palla.

Difesa della porta

È il principio secondo il quale, in occasione di conclusioni verso la nostra porta, bisogna interporre il nostro corpo tra la palla e la porta, in modo da dissuadere l’attaccante dalla conclusione (in quanto “non vede” la porta) o altresì in modo da respingere con il corpo la conclusione stessa. Tutti i giocatori (e non solo il portiere) sono chiamati in fase di non possesso e in misura variabile secondo i compiti loro assegnati dall’allenatore, ad assolvere questo compito.


Smarcamento e marcamento

Essendo il possesso di palla un principio generale di strategia di squadra, che vede coinvolto non soltanto il singolo portatore di palla quanto piuttosto l’intero collettivo, diventa rilevante in questo contesto la tecnica di smarcamento, in altre parole la capacità dei giocatori non direttamente in possesso di palla di portarsi con opportuni movimenti di corsa (effettuati preferibilmente in diagonale), in “zona luce” vale a dire in zone del campo che permettano al possessore di palla di trasmettere la stessa al compagno senza la possibilità per l’avversario di poter intervenire.
Parimenti e al contrario, nella fase di non possesso, quando l’obiettivo primario diventa la riconquista del pallone, il marcamento, che può essere interpretato a uomo o a zona, diventa tecnica di fondamentale importanza per il calciatore chiamato a difendere.
In questi anni di attività professionistica, dovendo allenare un concetto di gioco dove spazio e tempo sono elementi fondamentali, mi sono avvalso di diverse esercitazioni mirate all’apprendimento della tecnica di smarcamento e marcamento.

Il marcamento

Con il marcamento intendo limitare tempo e spazio agli avversari per la riconquista della palla.
Il marcamento può essere effettuato a uomo o a zona.
Con marcamento a uomo intendo:

a) mettersi fra la porta e l’avversario;
b) poter vedere contemporaneamente palla e avversario. Dovendo scegliere fra i due è da preferire sempre l’avversario.

Con marcamento a zona intendo:

a) ogni giocatore è responsabile della zona di campo assegnata;
b) si muove in questa zona secondo la posizione della palla;
c) aggredisce qualunque avversario che entri con la palla nella zona di propria competenza eccezion fatta per le situazioni d’inferiorità numerica.

Vista l’evoluzione del gioco del calcio negli ultimi tre quattro anni, è importante saper scegliere sempre bene quale tipo di marcamento effettuare.
A mio giudizio, il mix fra i due tipi di marcamento garantisce i risultati migliori; proprio per questo il giocatore deve saper interpretare bene il concetto cosiddetto di “marcamento a uomo nella zona”. Con tale espressione s’intende che, all’interno della zona di competenza, il difensore ridurrà la distanza dall’avversario.
Quando, infine, detto spazio si sarà fatto minimo, varranno i dettami e le regole della marcatura individuale.

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