La parola ai tecnici

Tante piccole gocce formano un mare.

Quando Virgilio (22 anni) durante il periodo preparatorio venne da me e mi disse “Mister, quello che lei ci comunica tutti i giorni è importante e ci piace, ma a noi mai nessuno ha spiegato cosa si deve fare in campo. Mi sento come un bambino delle elementari costretto a fare l’università, ho sentito solo strilli e alla fine giocava solo il più bravo, anche se non si allenava quasi mai”.

Poco importa se si accelera la specializzazione di quei ragazzi che, secondo “l’occhio“ di tanti saggi esperti calciofili, sono ritenuti sicuri futuri campioni, e si abbandonano o si “usano“ a comodità altri ragazzi meno dotati. Spesso i presunti futuri campioni abbandonano, e raggiungono i compagni meno dotati che hanno abbandonato prima.

Per l’ennesima volta saltava fuori lo stesso problema: le attività nel settore giovanile non sono impostate nel rispetto della formazione tecnica e morale dei bambini. Conta solo vincere, apparire sulla pelle di tanti, convinti che certe vittorie arrivano per l’abilità dell’istruttore e non per l’alto numero di giocatori talentuosi. Ci sono educatori che lavorano con passione e professionalità, ma la mancanza di vittorie e di visibilità non gli permettono di mettere  a disposizione in maniera più diffusa le proprie capacità.

Salve. Mi chiamo Giorgio Arras, e sono un appassionato che da ventitré anni si occupa di attività sportiva un po’ in tutte le salse. Mi sento e mi sono sentito spesso un intruso, in un mondo dove conta più avere titoli da esibire che rispetto e lealtà da offrire sotto forma di gioco. Ultimamente mi sono sentito spesso persino un eretico, ma ho una grande fortuna, la stima che da tanto tempo ricevo in cambio dai ragazzi, che pazientemente mi hanno sempre seguito nell’attività.

Anche noi, in Sardegna, siamo in minoranza, e lottiamo tutti i giorni contro i “divi dell’immagine”, che amano esibire il passaporto sportivo fatto di vittorie frutto di casualità e d’improvvisazione, di messaggi diseducativi, di selezioni esasperate, di raggiri, anziché parlare di polivalenza o di multilateralità. Scordano che il bambino che viene al campo si fida degli adulti e spesso la fiducia e mal riposta, che il suo valore e la sua autostima dipendono dal talento naturale che ha e basta, e non si accorge di essere usati da “istruttori” che non hanno le giuste competenze.  E le federazioni latitano, occupate spesso a fare i “conti” piuttosto che andare a fondo prima di fare delle valutazioni; ma la cosa più triste la sentiamo nei corsi di formazione o di aggiornamento quando si alza la voce ricordando a tutti che “ai miei tempi era diverso…”, i “giovani non hanno voglia di sacrificarsi”, “sono dei viziati”. Ma viziati da chi?

Per il piacere di dirti che ci siamo anche noi.

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