La parola ai tecnici

Dal libro "Calcio: formazione dell'atleta", V. Prunelli, 1994.

Un giorno del 1951, alle Casermette di Torino, su un campetto di un Oratorio improvvisato, stavamo giocando a pallone ed eravamo per lo più ragazzi dai 12 ai 15 anni. Alcuni erano adulti. Due di questi si scontrarono e, nel bel mezzo della discussione che ne nacque, uno disse all'altro "ma cosa credi, di avere ragione solo perché giochi in serie A?". L'altro, per tutta risposta, cavò dalla tasca un rotolo di soldi dicendogli: "Guarda, io ne prendo uno al mese di questi, e tu morirai povero in questo campo profughi!". Poi, rivolto a quelli della sua età, "andiamo, ragazzi, vi offro da bere". Restammo solo noi più piccoli a continuare la nostra partita senza risultato e senza tempi, fino a sera.

I miei oltre quarant’anni di calcio sono tutti racchiusi in quell’episodio. L'insoddisfazione che ho provato per anni nell'assistere a questa lotta spasmodica per salire sul carrozzone e viaggiare sen­za mai dare un contributo per farlo andare avanti, si è però placata il giorno in cui nel settore giovanile del Torino è cominciata la collaborazione con Vincenzo Prunelli, un neuropsichiatra appas­sionato di calcio, ansioso come me di esplorare il Pianeta calcio e l'uomo calciatore. Siamo partiti così per un viaggio che alla fine si è rivelato entusiasmante.

Le prime difficoltà nacquero dalla tradizionale diffidenza dell’ambiente calcistico verso tutto ciò che è nuovo, ma, soprattutto, verso ciò che si allontana dai dogmi dei cosiddetti santoni del cal­cio. Il calciatore, questo lo capimmo subito, era e doveva restare un animale da calcio tutto muscoli e possibilmente poco cervello, una macchina umana da utilizzare al meglio e da neutralizzare perché non creasse complicazioni. E di complicazioni allora ne dava, ma cercare di culturalizzarlo, per il calcio tradizionale, vole­va dire svirilizzarlo, farlo diventare una "fighetta", un'immagine troppo lontana dal gladiatore che si era sempre cercato. E capim­mo anche che un calciatore con più cultura e personalità, quello cioè che sa da solo cosa fare e cosa pensare, faceva paura.

Avemmo il coraggio di insistere nelle nostre convinzioni e scoprimmo che i ragazzi erano capaci di vivere questo nuovo mo­dello di rapporto con assoluta naturalezza: essere protagonisti at­tivi della loro vita sportiva e non più esecutori passivi o addirittura spettatori era un fatto nuovo che li affascinava.

La scuola riebbe il giusto ruolo nella loro vita e cessò di rap­presentare il rischio di compromettere la carriera calcistica, men­tre stare insieme, discutere, misurarsi parlando di politica, di ses­so, di attualità o di qualsiasi altro argomento che interessi chi vive davvero la propria realtà divenne una piacevole consuetudine. Immersi nella normalità di ogni giorno, i ragazzi coltivavano me­ravigliosamente il loro talento calcistico e così, per anni, ad ogni primavera vedemmo sbocciare, come d'incanto, i molti campioni che oggi sono protagonisti del nostro campionato.

Un gruppo di calciatori è simile a una classe: un adulto che guida e un gruppo di bambini o di adolescenti che apprende. La grande differenza è che nel calcio gli allievi sono dei volontari che appagano un grande desiderio, e quindi hanno già in sé tutte le motivazioni per imparare e migliorarsi. Occorre, quindi, saper gestire la passione e la competitività di questi allievi. Se l'allenato­re non saprà mantenere vivo l'interesse chiedendo che portino tutti i loro contributi, fornendo informazioni sulle finalità di ogni gioco o esercizio e facendoli comunque sempre partecipare, le ca­pacità individuali si esauriranno in sforzi inutili, o potranno tra­sformarsi proprio in quei comportamenti e in quelle forme di im­maturità che lo sport vorrebbe evitare.

Quindi, se l'istruttore saprà creare interesse, questa ricerca di se stessi diventerà affascinante, e si trasformerà in un tratto defini­tivo della persona, mentre le inevitabili sconfitte non creeranno stanchezza o, peggio ancora, abbandono, come spesso avviene.

Le regole del gruppo non dovranno necessariamente riprodurre quelle di un gruppo di adulti, perché, tanto più i ragazzi sono giovani, tanto più queste risultano frustranti e spesso causa di scoraggiamento. L'unica regola che dovrà essere uguale per tutti è la necessità che ognuno rispetti le norme che gli competono.

E i comportamenti sbagliati non potranno essere modificati dalla severità delle regole o delle correzioni. Sarà molto più efficace una critica precisa, il fare in modo che i comportamenti trasgressivi non si traducano mai in vantaggi o in privilegi, il rilevarne l'inadeguatezza e, se è il caso, addirittura il metterli in ridicolo, o anche il fare in modo che tutti li possano giudicare per quello sono. Un giudizio che, quando è necessario, metta in discus­sione o neghi anche la stima è efficace persino tra i banditi!

Tuttavia, il ragazzo non dovrà mai pensare di dover rispondere alla fiducia solo "in campo". Allo stesso modo, o forse ancora di più, lo dovrà fare "fuori dal campo" perché, se i due momenti non ubbidiscono alle stesse regole, è inutile parlare di professionisti o di professionalità.

E poi ancora: è impossibile intervenire sul comportamento di un individuo senza conoscere almeno la sua storia e cosa è possibile capire del suo carattere. È difficile capire le difficoltà di ap­prendimento di un ragazzo che non conosciamo profondamente, e lo è ancora di più il volergli dare noi le soluzioni, perché la soluzione del problema è in lui.

Con Prunelli siamo quindi partiti dal calciatore-persona e non solo dalle qualità tecniche, tattiche o fisiche. Il calciatore è stato inteso non come contenitore da riempire con informazioni o con esercizi fini a se stessi, ma come pozzo dal quale poter attingere informazioni utili per lui, per la squadra e anche per quelli che seguiranno, perché ogni calciatore, per noi allenatori, deve diventare parte dell'esperienza, e servire per formare quelli che verranno dopo.

Loro, gli allievi, si sono subito adattati a questo modo insolito di guidarli. Agendo in un clima di libertà e di iniziativa, si sono abituati a fornire una collaborazione che, giustamente riconosciuta e valorizzata, ha finito per interessare anche la programmazione dell'attività e addirittura certe decisioni da prendere in partita. E di lì, dalla somma dei contributi di tutti, sono arrivati come conse­guenza i risultati di squadra. Ma, cosa che per noi è stata ancora più importante, è diventato sempre più chiaro il concetto di col­lettivo come forma di cooperazione e di responsabilità reciproca e come unico strumento con cui valorizzare le qualità individuali.

Tutto questo in un clima di sana competizione. Certo questi ragazzi avevano del talento, ma hanno dimostrato che l'autonomia alla quale si erano allenati sin dal primo giorno era risultata deter­minante nel superamento degli inevitabili ostacoli.

Nel calcio italiano arriva alla Serie A un calciatore ogni 19.000 che vi si avvicinano. Calcolando anche con molta larghezza la base dalla quale abbiamo attinto, questa percentuale è stata clamo­rosamente superata. Eppure si può fare meglio, molto meglio. La soluzione è nella preparazione dei tecnici, che, ancorché bravi e preparati sotto l'aspetto tecnico e fisico, sono ancora inadeguati e non formati per quanto riguarda lo sviluppo e l'impiego di quei meccanismi che ci permettono di utilizzarci al meglio.

Una formuletta tattica e una buona preparazione fisica, quin­di, non bastano. Le energie economiche e fisiche spese nelle innumerevoli e inutili tavole rotonde andrebbero spese meglio. Un in­telligente decentramento regionale con tecnici e attrezzature fe­derali e la divulgazione di concetti di formazione e di conduzione uniformi potrebbero operare in poco tempo una vera e propria rivoluzione.

Il calciatore attuale, anche se ben diverso da quello che ho incontrato nei miei primi tempi da allenatore, non ha sufficiente professionalità per dare tutto ciò che possiede e per vivere i suoi privilegi senza suscitare il risentimento di un ambiente socialmen­te in ebollizione. Ma se non si farà tutti un salto di qualità, dietro l'angolo ci aspetterà purtroppo ancora un calciatore troppo tradi­zionale, costretto a vivere all'interno del calcio perché il mondo esterno è più evoluto.

Quel calciatore sarà figlio dei ragazzini che oggi, nei campi di periferia, si apprestano a dare i primi calci. Tocca a noi allenatori far sì che ciò non avvenga: occorre salire su questo treno in corsa ed essere dei buoni compagni di viaggio. E bisogna far scendere chi non ci deve stare. Nella mia attività federale noto con raccapriccio che i tantissimi talenti che frequentano i nostri raduni hanno quasi tutti uno sponsor personale e un procuratore: troppi non sono più ragazzi senza però avere acquisito nulla dell'adulto.

Non molto tempo fa mi ha telefonato un collega raccomandando un ragazzo: "Sai, è molto bravo, i suoi dirigenti poi ti... ", il tizio che cavò di tasca il rotolo di soldi. E la mia voglia di giocare partite senza fine e senza risultato divenne ancora più grande.

L'esperienza di lavoro e le ricerche fatte con Prunelli si riferi­scono all'attività nel settore Giovanile del Torino e, quindi, con una squadra da seguire per tutto l'arco della stagione. Nella mia attività attuale come responsabile delle Nazionali Giovanili ho invece a che fare con giocatori di varie Società, allenati con metodi spesso molto diversi, e con i quali non è possibile fare tutti gli interventi di cui si parla in questo libro.

Con Prunelli abbiamo fatto una ricerca su un gruppo di talenti, per la verità non tutti veri, ma che erano un po' il fior fiore del calcio giovanile. Abbiamo rilevato una mentalità che certo ri­specchia quella dell'ambiente, ma che chiama in causa anche lo sport, e certi caratteri che ci hanno lasciati perplessi.

In particolare, da una parte li abbiamo trovati bloccati nella creatività e nell'inventiva, incapaci di sintesi, freddi e talmente chiusi da non saper vivere apertamente i dubbi, le incertezze e le esuberanze che dovrebbero essere tipici dell'età, insicuri di fronte alle situazioni da affrontare con iniziative personali, carenti di autonomia e di spirito costruttivo. Li abbiamo anche trovati troppo ansiosi.

Dall'altra parte, abbiamo rilevato un bisogno di affermazione e di autovalorizzazione troppo aggressivo e del tutto sterile, ­perché non accompagnato dalla sicurezza necessaria per poterlo ren­dere concreto, uno spirito polemico e oppositivo che non aveva ragione, visto che il compito dell'allenatore è di portarli alla professione, e il rifiuto, tipico di troppi giocatori adulti, a inte­grarsi nella realtà e nel pensiero comune.

Eppure, fin dall'inizio della nostra collaborazione (ricordo l’ironia degli stessi addetti ai lavori, spesso ex giocatori, per i quali il giocatore era niente più che un "muscolare") avevamo rilevato delle qualità che prima ci avevano sorpresi e, poi, ci avevano in­dotti a "lavorarci" sopra.

E qui non parlo delle capacità tecniche o del talento calcistico. Mi riferisco a dei livelli intellettivi buoni e sempre più elevati man mano che ci si avvicina al talento. A soggetti creativi e originali, dotati di molta intuizione, che potevano avere molto da dire anche fuori dal calcio e, allo stesso tempo, pronti e adatti anche quando si trattava di andare sul pratico e sul concreto.

Su un altro piano, ci siamo trovati subito di fronte a ragazzi disponibili, niente affatto "montati", responsabili e capaci di ri­spondere in modo costruttivo quando li chiamavamo a fare tutta la loro parte.

Dunque, nonostante tutte le potenzialità che abbiamo scoper­to nel calciatore, ancora oggi abbiamo a che fare con ragazzi alla soglia del professionismo che sanno solo offrire un'adesione priva di reali contributi o una critica non costruttiva, che sono privi di autonomia e di capacità di gestirsi e pretendono di averle e di fare come vogliono, anche se nessuno li ha abituati a essere responsabili. Che non sono capaci di una visione globale e articolata della realtà e di ciò che devono fare o vorrebbero fare, che non sono allenati a progettare e, quindi, a crearsi degli obiettivi da raggiungere.

Queste sembrano teorie, ma pensiamo a quante volte ci tro­viamo con giocatori che sanno essere concreti e all'altezza solo finché si tratta di applicare i nostri ordini o finché le cose vanno bene già da sole.

Se poi pensiamo alla difficoltà di adattamento reciproco, alla mancanza di allenamento a ragionare, a decidere insieme e, soprat­tutto, a collaborare, allora abbiamo chiaro che il problema nasce quando devono fare e farcela da soli. La partita può essere sì una partita a scacchi, ma ha mille momenti e situazioni in cui noi alle­natori possiamo solo sperare che sappiano pensare e decidere da soli.

Continuiamo a trovare dei ragazzi che non sono capaci a esprimersi in un collettivo perché non sanno collaborare insieme; che non sanno ragionare e trovare loro le soluzioni in campo e fuori o mettersi al servizio gli uni degli altri senza aver paura di rimetterci o di avvantaggiare un altro.

In pratica, ci troviamo ad avere molte potenzialità inutilizzate e lasciate lì a diventare pericolose e una incomprensibile differen­za tra come il calciatore è e si manifesta e come in realtà potrebbe essere. Tutto questo l'abbiamo visto come insicurezza e mancanza di autonomia.

Che cosa possiamo fare a questo punto? Non voglio dare ricette, ma credo che ci serva un giocatore come è descritto in questo libro, anche se lavorare per ottenerlo comporta qualche cam­biamento e la rinuncia ad alcune delle convinzioni che ci portiamo dietro fin da quando giocavamo noi a pallone. E poi, credo che dobbiamo anche introdurre qualche innovazione. E allora provo a proporre alcuni suggerimenti, anche se metterli in pratica richiede una preparazione specifica.

Proviamo ad allenare il giocatore a far fronte alle difficoltà con la sua iniziativa o a trovare lui stesso delle soluzioni anche quando sarebbe più facile dirgli come fare o quando temiamo che non tut­to avvenga come speriamo. Lasciamogli dunque lo spazio per cre­are, per fare dei programmi, per sperimentarsi e per potersi cor­reggere. E se non lo fa? Facciamo sempre in modo che paghi ciò che è giusto se trasgredisce e che vi rimedi sempre, invece di cre­dere di poter pagare con una semplice punizione.

Non esageriamo con le richieste. Siccome per avere un adulto maturo dobbiamo partire dal giovane, chiedere troppo significa abituarlo a giocare solo per non commettere errori o instillargli paura di non farcela mai. La prima richiesta fuori luogo è la spe­cializzazione precoce, quell'illusione di poter insegnare a un bam­bino lavorando su delle strutture cerebrali (come dice Prunelli) che non sono ancora pronte per queste forme di apprendimento, o pretendendo che si comporti secondo le nostre intenzioni prima di avere scoperto tutte le sue qualità, che sicuramente gli permet­terebbero di fare meglio.

Questo vuole anche dire che ci dobbiamo accontentare e, lo dico a costo di tirarmi addosso delle facili critiche, che possa final­mente anche sbagliare. Se vogliamo avere dei ragazzi pronti a fare la loro parte, ci dobbiamo spaventare di uno che non sbaglia mai. Significa che fa solo il minimo per non sbagliare, che non tenta mai nulla di nuovo e che non ha il coraggio di giocarsi tutto anche a rischio di non farcela. E tranquillizziamoci: se il ragazzo è dalla nostra parte e lavora anche lui per diventare un giocatore, questo tipo di rischio è sempre accettabile.

Parliamo con i ragazzi ma, soprattutto, lasciamoli parlare. Se non offriamo dei punti di riferimento o dei modi di interpretare e pensare comuni che rassicurino e offrano la garanzia di procedere in direzioni costruttive, non ci dobbiamo stupire di avere poi un giocatore da controllare o da spingere perché da solo non sa nep­pure trovare il giusto impegno per la partita.

Questo significa anche che creare una cultura del calcio è un impegno che spetta a noi allenatori. Non facciamoci spaventare dalla parola e smettiamola di parlare di buon senso, quel termine che serve per descrivere tutto ciò che di buono vorremmo, ma anche per giustificare tutto nel bene e nel male, e che mette insie­me tutti i pregiudizi, le scappatoie e gli alibi che abbiamo accumu­lato da quando c'è il calcio.

Cultura del calcio significa conoscere le tappe di sviluppo, le potenzialità e le risorse dell'uomo e dell'atleta, per non trascurare le prime e non lasciare inattive le seconde; indica quale professio­nista vogliamo formare, come formarlo, come gestirlo e impiegar­lo nella professione o, più praticamente, come fare perché sviluppi e dia tutto quello che possiede e che ha da dare.

Altrimenti, come ho detto, non usciamo dalla mentalità del buon senso, della scappatoia e del metterci sempre una pezza o del fare "come si è sempre fatto", e avremo un calcio che resta indietro rispetto al mondo.

Concludo con una definizione che ho imparato lavorando con Prunelli: cultura vuole dire prima di tutto essere disponibili a rico­noscere i propri limiti, a imparare e a modificarsi e, un po' più in là ancora, avere il desiderio di provare, sperimentare, andare a ve­dere oltre e scoprire se si può ancora fare qualcosa. Prunelli ed io lavoriamo o, meglio, cerchiamo di andare più in là da quindici anni, eppure ogni volta che affrontiamo un nuovo problema o semplicemente vogliamo capire qualcosa in più, troviamo sempre qualcosa di nuovo o qualcosa da sperimentare per capire se si può ancora andare oltre.

 

PS: Come perdere 20 anni. Prunelli

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