La parola ai tecnici

Era il settantotto quando il dottor Prunelli e il signor Vatta ci dissero che alla Primavera del Torino volevano sperimentare un nuovo metodo di formazione, che s'interessasse del giocatore nella sua completezza.

E quindi si curasse della mente e della personalità, dall'intelligenza alla creatività fino all'iniziativa e alla responsabilizzazione, in pratica della crescita della persona, allo stesso modo in cui lo sport aveva sempre curato il fisico e la tecnica.

Per il periodo quell'esperienza rappresentava un balzo in avanti incredibile. Si era legati alla tradizione, al fare ciò che veniva ordinato senza chiedersi perché o se non si potesse fare anche diversamente, al giocare ripetendo ciò che era stato detto e stabilito senza mai pensare o, per qualcuno, al fare solamente l'essenziale, e forse anche meno. Mancava l'interesse, e il lavoro era spesso una pratica noiosa da sbrigare senza mai legarla al rendimento che si sarebbe avuto in campo. Anche al Torino, che pure era una società di primo piano, c'era poca voglia di esplorare nuove vie, e la nostra esperienza è stata il primo momento concreto nel quale si è fatto qualcosa che potesse essere utile al calciatore per migliorare tulle le sue qualità fuori degli schemi abituali fatti solo di allenamento e ripetizioni, e quindi legati esclusivamente alla maggiore o minore bravura dell'allenatore. Nella nostra squadra, invece, c'era la voglia di esplorare strade nuove, di fare per la prima volta da soli ciò che serve per diventare calciatori imparando e cercando di migliorare in tutto. L'allenatore non era più la figura che si limitava a impartire ordini, esercitare un controllo e dare stimoli, ma era il consigliere che ci faceva vedere gli errori e c’indicava sempre nuove vie che noi c'impegnavamo a sviluppare, il modello da imitare e consultare per raggiungere anche noi tutte le sue competenze e collaborare con le nostre idee in ogni fase dell'attività.

L'esperienza del '78 è stata un balzo nel futuro, e anzi, nella mia carriera di giocatore non ho vissuto altri momenti simili. A tanti ha messo il seme della curiosità, la certezza che si potesse esplorare qualcos'altro non con i tradizionali sistemi di allenamento, ma andando alla ricerca di qualcosa che era importante per il giocatore e, come diceva il dottor Prunelli, per la persona. In me rimane vivissimo il ricordo delle sedute collettive che facevamo prima della partita per cercare quella che poteva essere la concentrazione più utile in campo, che non era altro che vivere in positivo i momenti migliori di ogni partita giocata per proporli in quelle successive, e la lucidità e la prontezza per capire e controllare ciò che sarebbe successo in quella che stavamo per giocare. Devo dire che ho usato diverse volte questi sistemi, e in particolare quello legato a un episodio che mi è rimasto scolpito prima della finale del torneo Barcanova, giocata nello stadio dei grandi contro la Juventus, e che per noi era come la finale della Coppa dei campioni. Quando il dottor Prunelli, nella fase finale della preparazione, aveva detto "stingete il pugno della mano destra, e sapete che in questo momento tutti i vostri compagni lo stanno stringendo e in campo significherà che tutti daranno qualcosa per gli altri". Questo momento unisce due aspetti importantissimi: che il giocatore cerca dentro di sé tutte le energie possibili per fare la prestazione, sempre sapendo che questa non dipende solo da lui, ma anche dai suoi compagni, e che la partita è un continuo interagire del collettivo. L'unione di questi due fattori, la ricerca della performance personale e la consapevolezza che di fianco a me ci sono compagni che stanno facendo le stesse cose e lottano per gli stessi obiettivi, diventa consapevolezza che mi rassicura. So che avrò collaborazione, potrò fidarmi di tutti e contare sul loro aiuto, essere certo che capiranno le mie iniziative e mi proporranno le loro senza calcoli e senza dover perdere tempo a pensare cosa devo fare per farmi capire.

Questa condizione l'ho ritrovata nei gruppi vincenti, che la provano magari senza sapere. Per noi, invece, è stata la scoperta che ci sono denominatori comuni che si ripetono: si stava sempre insieme e volentieri, in campo ci davamo una mano e ci aiutavamo, eravamo sempre pronti a conoscerci e a capirci. In questo momento l'allenatore può cercare di mettere dei semi che vadano in queste direzioni, ed io li ho colti dall'inizio. Chiaro che, dopo, il loro sviluppo dipende dai giocatori e da tutto l'ambiente, e da come sono stati preparati, perché se è provato da sempre diventa normale viverlo. Dipende però molto dall'allenatore, che per arrivare a questi risultati non può più limitarsi a stabilire, impartire ordini e aspettarsi solo esecuzioni fedeli, ma deve conoscere il gruppo e ognuno, e capire come trattare il giocatore perché sia più disponibile e pronto a prendersi tutta la sua parte di responsabilità e iniziativa. Se si abituano i giocatori fin da bambini a sapere che contano per quello che fanno, che se perdono una partita sono apprezzati ugualmente per la prestazione, che le loro idee contano, che ci sono anche gli altri e che l'allenatore dà lo spazio possibile perché ognuno crei senza essere frenato, alla fine tutto questo diventa un modo che è recepito e accettato senza bisogno di controlli, perché il giocatore sa che i risultati dipendono da lui e ne diventa responsabile. Questo clima, poi, è il modo per lasciar crescere la persona, perché allena la creatività, l'ingegno, l'iniziativa, la libertà di fare e l'impegno a fare tutto al meglio.

Di quell'anno ricordo più ciò che si faceva nello spogliatoio di quanto si faceva in campo, e quell'esperienza, nella quale ho subito creduto incondizionatamente, l'ho applicata in tutti i settori giovanili nei quali mi sono formato come allenatore, e poi l'anno scorso con la Primavera del Torino e adesso con la prima squadra. I giocatori gestiscono la fase introduttiva dell'allenamento, al quale io do l'indirizzo, poi uno a turno, non il migliore né quello che mi può essere più vicino, lo guida per tutti. Ciò significa che ognuno sa quello che sta facendo, perché lo fa, a cosa serve e come renderlo più funzionale. Io, di volta in volta, intervengo per spiegare ciò che a loro ancora sfugge e lo approfondisco per aumentare le loro conoscenze e renderli sempre più autonomi. In questo modo li coinvolgo tutti e li abituo a mettersi in rapporto l'uno con l'altro. Si mettono tutti in riga, insieme, così che si possono guardare, ed eseguono gli esercizi a ritmo "di samba", come hanno visto fare in Brasile. In questo modo, e anche attraverso esercizi che richiedono sempre la partecipazione e la collaborazione di tutti, si rendono conto di dipendere dai loro compagni, e lavorano per un obiettivo comune e per provare e scoprire tutto ciò che può essere utile alla squadra. Allora si parlava sempre di gruppo e di collettivo, e questi metodi sono i modi migliori per ottenerli.

Si parlava anche tanto di partecipazione del giocatore, che in questo clima sente di contare e quanto conta. In effetti, è il giocatore che in partita vede ciò che succede e, se ne parla e ne discute, lo analizza e può fare proposte. Noi avevamo un libro di proposte e di schemi fatti da noi. Anche con una squadra di adulti è possibile analizzare la gara, l'errore o le proposte, chiamarli in causa e farli agire di testa loro come il nostro allenatore, Sergio Vatta, chiedeva a noi, ma si può fare per gradi, quando si è riconosciuti e accettati come l'allenatore che utilizza un sistema e non chiede aiuto. Se io sei mesi fa, quando ho iniziato ad allenare il Torino, avessi chiesto questo tipo di contributo i giocatori avrebbero vissuto la richiesta come una mia impreparazione e come un atto di insicurezza. Gli adulti che non sono abituati a questi sistemi, anche se il concetto è giusto perché è un atto propositivo che vuole coinvolgere tutti, rispondono, ma non in un primo momento. Si può fare quando i ruoli sono ben definiti e i giocatori considerano l'allenatore capace, all'altezza e preparato.

In ventitré anni le cose non si sono evolute. Le esperienze fatte in tante società e in tutta la mia carriera non mi hanno fatto trovare nulla di nuovo e di diverso e, anzi, non ho trovato le stesse cose e ancora meno altre migliori. In pochi ambienti ho trovato almeno il desiderio o il tentativo di trovare altre strade, perché la tradizione ha sempre la prevalenza sul tentativo di innovare e cambiare qualcosa, anche perché chi innova è criticabile, e tutti cercano di essere il meno criticabili possibile. Se questo immobilismo ha una solo minima giustificazione in una squadra di adulti, dove l'allenatore è una figura debole sempre in bilico che dipende da quattro risultati o anche meno, non ne ha con i giovani. Un settore giovanile che vuole crescere non può, infatti, fare a meno di una parte che chiamo di ricerca. Ci deve essere sempre qualcuno pronto a portare o a cogliere qualcosa di nuovo ovunque si presenti, Poi è chiaro che i giocatori prenderanno ciò che ritengono opportuno, ma intanto devono essere pronti e aperti, curiosi, con voglia di capire e cercare sempre nuove strade. Innovare dovrebbe essere obbligatorio, ma si è arrivati sempre di più a una specie d’industrializzazione che ignora il talento e le sue qualità, e quindi non le potrà capire e sviluppare e, se cercherà di costruirlo, farà solo il modello modesto che riesce a vedere l'artigiano, mentre nelle sue qualità vi sono le premesse per l'opera d'arte. Avremo sempre gente che esegue bene, ma non sa fare da sola, mentre occorre favorire l'attitudine a fare, a sapersi arrangiare, a vivere lo sport come risultato di un modo di essere che appaga, non stanca ed evolve, e non come un qualcosa da fare meccanicamente senza poter mai scegliere ciò che può andare meglio. Tutto questo implica una preparazione superiore e il rischio di andare controcorrente, come quando andavamo in campo senza affanno raccontandoci magari l'ultima barzelletta, mentre tutti ci accusavano di non essere concentrati. Però vincevamo. Bisogna saper rischiare.

Il risultato è che non mi interessano ragazzi ubbidienti e sempre in attesa di ordini, ma responsabili e pronti a scovare ogni soluzione e modo per impiegare ogni grammo di energia, un concetto che mi sembra abbastanza diverso. Io sono lì semmai a cercare di dare spiegazioni ai loro dubbi, mentre l'ubbidiente può essere addirittura l'insicuro che si affida, si limita a ripetere e non assume responsabilità. Quando giocavo, cercavo di capire quello che facevo, e non solo di eseguire nel modo più corretto. Chiaro che ci sono le regole, il saper vivere insieme e il rispetto, ma questi vincoli non escludono giocatori che partecipano, sono consapevoli e chiedono. Rispondo volentieri anche alle domande più difficili, perché quando chiedono non si può stare indietro o dare risposte vaghe e superficiali.

Anche con i ragazzi ho sempre spiegato perché si fanno le cose e a cosa servono, anche se non si possono usare strumenti troppo difficili da comprendere. È però anche il caso di differenziare: con la preparazione atletica, per esempio, che non è molto gradevole perché faticosa, punto molto sul fatto che, anche nell'ambito di un discorso che deve essere collettivo, è l'unico momento nel quale fanno da soli. Ognuno, infatti, ha qualità diverse da allenare in modo individuale, altrimenti abbiamo giocatori tutti uguali e male allenati. Occorre che capiscano che dopo una corsa diventano più bravi e più forti loro, che un giocatore di un ruolo non può allenarsi con la stessa intensità di uno che gioca in un altro e che ognuno deve allenare le proprie qualità e allenarsi secondo quelle che possiede. Per me è facile fare questi discorsi ai giocatori. Ho vissuto quindici anni da calciatore con i più vecchi che si mettevano in testa e tutti seguivano con lo stesso ritmo, e poi la domenica io, che non facevo abbastanza, non ero allenato. Quando si sgombra il campo dagli equivoci, uno che ha qualità per uno scatto al cento per cento e fibre muscolari particolari non può essere anche resistente. Trasmetto che non c'è bisogno che corrano tutti insieme, e loro lo sanno e ognuno si allena secondo le proprie qualità. È l'unico settore nel quale non privilegio il gruppo e ognuno va per sé.

Certo che, per parlare di qualità, occorre che l'allenatore e il giocatore le scoprano insieme, altrimenti il primo si ferma a quelle più evidenti o a quelle che attribuisce a tutti, mentre il secondo, specie se non ha mai potuto essere creativo, può averne tante che non ha mai scoperto. Per esempio, il talento ha qualità individuali che gli altri non hanno, ed è un errore non aiutarlo a scoprirle e ad allenarle nel modo che a lui è più utile. Anche ogni età ha esigenze e possibilità di apprendimento e di sviluppo diverse. A livello giovanile occorre fare un programma legato all'età o, almeno, tenere conto che con i più piccoli occorre stare attenti a sviluppare le qualità di ognuno, mentre con i più grandi si deve puntare di più sulla responsabilità e sugli allenamenti tattici. Un settore giovanile che si rispetti deve in ogni caso avere un programma e uno sviluppo comune, purché tenga conto delle differenze per età. Occorre sapere cosa fare quando il giocatore ha otto, dieci o quindici anni dal punto di vista fisico e tecnico, ma anche rispettare le fasi di crescita ed essere attenti allo sviluppo globale e non solo calcistico. Certo è un lavoro più difficile che richiede una preparazione specifica, specie con il talento, che in un primo tempo è spesso più indisciplinato, perché facilmente rifiuta regole che non ha ancora compreso. In ogni caso, si fatica di più a fargli comprendere le regole che a imporgliele, ma solo in un primo momento, quando crede che lo si voglia costringere a essere un esecutore, perché quando le ha capite gliene servono poche per fare tutto ciò che gli detta l'ingegno.

Anche in allenamento mi aspetto che i giocatori partecipino, portino anche qualcosa di proprio e non si limitino a eseguire. La ripetizione, per esempio, può andare bene in certe fasi per acquisire qualcosa che va assimilato comunque, e perché qualcuno magari ne ha bisogno perché per lui è il modo migliore per imparare. Anche perché ognuno ha un bagaglio di cultura e di esperienze differente. La cosa che ho sempre notato, e soprattutto negli adulti, è come siano talmente abituati a ubbidire da non chiedersi perché stanno facendo una determinata cosa. Per esempio, un giocatore che per due anni ha lavorato con un allenatore che ha un determinato concetto di gioco o modo di insegnare, se lavora per tre mesi con un altro che ha sistemi diversi lo abbandona, e se torna con un altro che ha gli stessi sistemi del primo, ma li chiama con un altro nome, devono imparare tutto da capo. Ciò significa che non hanno mai capito le cose e le hanno solo subite, mentre è necessario che ripetano i concetti, se li spieghino e li capiscano perché, se pensano che siano giusti, devono diventare cose loro. È più facile farlo per la fase difensiva, dove servono maggior organizzazione e razionalità. Il concetto deve diventare loro se ci credono, oppure devono chiedere se non è chiaro, proporre il loro se credono che sia migliore o, se non ci credono, dire perché non è giusto. Tante volte proprio da queste situazioni possono arrivare indicazioni più utili. Anche perché, se il concetto non è loro, è impossibile che lo facciano evolvere, lo applichino e lo sappiano usare in modi diversi da quelli proposti dall'allenatore. Il puro esecutore fa ciò che gli ordini, ma poi non lo sa utilizzare, mentre chi sa cosa fa e perché lo fa, lo sa organizzare e far evolvere, e lo fa insieme ai compagni, con i quali ne parla, e diventa il collettivo, dove tutti lo conoscono perché hanno partecipato al suo sviluppo.

Nel calcio è anche impensabile voler imporre un modello tecnico. Il gesto e il modello giusti sono quelli efficaci, e lo dimostra il fatto che tanti fanno gesti che non hanno mai imparato da nessuno, a differenza di altri sport, tipo la ginnastica, che ripete mille volte e dove l'efficacia è nel gesto perfetto e non in cosa si ottiene con un gesto. Occorre, quindi, portare il giocatore a ragionare e capire quello che fa, e fino al termine del percorso, che non coincide con la fine del settore giovanile, ma dovrebbe continuare finché gioca, come dimostrano giocatori che esplodono nell'età adulta. Queste esplosioni tardive si spiegano con una maturazione che non è solo tecnica e tattica, ma anche mentale e di carattere, magari dovute al matrimonio, a una maggiore resistenza alle pressioni che ci sono intorno e a una maggior sicurezza e consapevolezza dei propri mezzi, ma anche a un'attitudine acquisita a imparare, a provare, a scoprirsi nuove qualità e a non limitarsi a essere solo degli esecutori.

Ho accennato prima al nostro modo di essere concentrati che era allegria, entusiasmo, certezza di poter ripetere le prestazioni migliori e garanzia di essere valutati prima per la prestazione e solo dopo per la vittoria. Con una squadra di adulti, che hanno abitudini e certezze cresciute nel tempo, occorre cautela, ma rifiuto certi metodi affannosi visti durante la mia carriera. Non tocco mai tasti violenti né ricorro a situazioni estreme o drammatiche. Semino durante la settimana e, più mi avvicino alla partita, più evito di parlare di cose astratte, di fare proclami o di legare a una partita le sorti del mondo. Semmai, se devo toccare quei tasti, lo faccio all'inizio della settimana, ma senza mai drammatizzare o enfatizzare argomenti non concreti. La mia settimana consiste nell'aumentare progressivamente i discorsi che riguardano gli aspetti tecnico-tattici che può presentare la partita. Posso arrivare negli ultimi due giorni importanti a rivedere situazioni di gioco e concetti sui quali stiamo lavorando da sempre, a un ripasso delle cose che chiedo e pretendo siano fatte, ma non cerco mai di spaventarli, poiché io sono il responsabile e li difenderò sempre nei confronti dell'esterno se hanno onorato la loro prestazione. Cerco piuttosto di omogeneizzare i caratteri di tutti verso un'interpretazione collettiva del gioco, poiché se otto interpretano la partita in un modo, due in un altro, e uno in un altro ancora perché ha sempre fatto nello stesso modo o l'ha fatto magari cinque anni fa, ognuno parla un suo calcio che non ha ragione di essere, perché le squadre funzionano quando, bene o male, tutti condividono e interpretano gli stessi concetti di gioco. Quindi, per me la concentrazione è legata al rivedere i nostri concetti di gioco, e non a creare stimoli diversi secondo le partite. Non c'è la partita più importante, perché i tre punti valgono sempre tre punti nei confronti del risultato finale di un campionato. Non m'interessa dove si fanno, ma che si giochi sempre per farli in ogni gara, e quindi la prestazione e cosa mi fanno vedere. Si può, infatti, essere soddisfatti per una sconfitta venuta dopo una bella prestazione e non altrettanto per una vittoria ottenuta con fortuna giocando male. Un'altra cosa in cui credo è lasciare a loro gli ultimi due giorni prima della gara, in modo che li vivano come credono meglio sia nei comportamenti sia delle regole da rispettare. Evito quei cerimoniali che vorrebbero tenere sveglia l'attenzione o unire il gruppo e si trasformano invece in momenti fastidiosi, tipo alzarsi tutti alle otto per fare colazione insieme o il solito discorso sempre uguale il mattino prima della gara. Anche perché io facevo fatica a dormire e l'obbligo di alzarmi alle otto mi dava un fastidio incredibile.

Pretendo invece molto durante la settimana per quanto riguarda le esercitazioni e la mentalità che ci deve essere in campo, tipo l'interpretare il lavoro al massimo, e dopo lascio che vivano la partita come meglio credono, perché molti hanno grand'esperienza e hanno l'hanno vissuta tante volte. C'è, infatti, chi ama ascoltare musica, chi vedere un film o magari vuole parlare con me, e non sarebbe ragionevole costringerli a fare cose che rifiutano. Sono sempre disponibile, ma non vado a sollecitarli e torturarli se sentono di prepararsi meglio in altro modo. Parlo con tutti insieme per sette, otto minuti per ricordare i concetti principali che riguardano la preparazione che abbiamo fatto in settimana e che ci possono servire per la partita. Evito di enfatizzare le cose, ma sottolineo l'importanza della prestazione, del gruppo, della compattezza, del collettivo, dell'unità d’intenti.

Il paradosso è che spesso si cerca di dare coraggio aumentando la paura della gara. Per questo evito qualsiasi stimolo che possa aumentare l'aggressività o creare frenesia, come andare all'assalto perché siamo più forti o con altre sollecitazioni troppo violente, perché sono appelli inutili e sempre dannosi. Io rispetto l'avversario, e siamo più forti se conosciamo i suoi punti forti, in modo da contenerli, e sappiamo mettere l'accento sulle sue parti negative. Mi piace che i giocatori ragionino e non perdano il controllo, perché questo è il vero agonismo. Ricordo di aver letto un articolo che chiariva la differenza tra l'aggressività e la combattività. Io porto avanti questi due concetti. Il giocatore aggressivo e reattivo è quello che magari si estranea dal gioco per mezz'ora, e poi l'avversario lo solletica in un punto particolare e lui si gira e gli rifila un pugno. Quello combattivo, invece, non molla mai, corre sempre e aiuta gli altri, sa incanalare le emozioni e gioca sempre al suo livello migliore, o perlomeno a quello che gli permette il suo stato di forma, nel rispetto della partita, dell'avversario e delle regole. Dai giocatori il concetto è stato preso bene.

L'anno scorso, con i giovani, ho ereditato un gruppo d’indisciplinati, o almeno considerati tali da tutti, con qualcuno considerato invece un bravo ragazzo. Erano giovanissimi rispetto a tutte le altre squadre, con qualcuno più vecchio che nessuno aveva voluto. Hanno cominciato a cambiare dal momento in cui ne abbiamo parlato e abbiamo cercato insieme di venire a capo dei loro problemi. Eravamo penultimi, ma di lì in poi hanno lavorato bene, perché hanno creduto nella mia guida e si sono messi d'impegno per migliorare. Alla fine siamo arrivati quarti o quinti dopo una metamorfosi incredibile. Gli stimoli, in quel caso, sono stati il sentirsi uniti, l'aver sentito il mio apprezzamento e incoraggiamento anche quando non venivano ancora i risultati e il rendersi conto che facendo meglio venivano i risultati. In effetti, erano indisciplinati e s’impegnavano poco perché erano scoraggiati e si erano convinti che non gliel’avrebbero fatta.

Con gli adulti, invece, che hanno il loro bagaglio di esperienze anche vincenti, è più difficile poterli stimolare toccando tasti che non conoscono, anche se le crisi e i modi migliori per rendere sono sempre gli stessi. Con loro non mi sono soffermato sul momento negativo, ma ho tirato fuori la parte migliore già vissuta, dove hanno vinto e c'erano regole e non anarchia in campo e fuori. Ho cercato di rilevare dove l'avevano provata e come e quali erano le condizioni che l'avevano permessa. In pratica, invece di colpevolizzarli per il presente, ho cercato di tirare fuori tutto il meglio dalle esperienze passate perché diventasse il bagaglio abituale. Con i risultati sono venute anche le loro proposte di gioco e ci sono state anche determinate esercitazioni che ritenevano giuste, e il tutto ha contribuito a creare un gruppo che se la giocherà fino alla fine. Probabilmente, per i ragazzi lo stimolo è stata l'analisi di una situazione che vivevano per la prima volta e sentivano irrecuperabile, mentre io sapevo come sarebbe potuta andare a finire, mentre per gli adulti è stato la constatazione che non occorreva inventare nulla, ma solo tornare a una condizione favorevole già vissuta altre volte. Quindi, gli stimoli e i tasti giusti stanno nella loro storia e nelle esperienze positive vissute, perché ciò che ognuno sa fare non va mai perso e basta rinnovarlo.

Riguardo alla partita, alla fine non commento mai la prestazione, e quindi non do calci alle borse né rompo le borracce e non accuso i giocatori. Chiudo lo spogliatoio e li lascio dieci minuti a farsi le loro cose, perché la tensione è ancora altissima e si possono dire cose che più tardi non si direbbero mai. Semmai ascolto e cerco di cogliere l'atmosfera, ma non commento, salvo congratularmi se hanno fatto bene. Chiudo anche perché penso abbiano bisogno di dieci minuti per chiarirsi cosa è successo e vadano con i loro pensieri e possano fare e dire tutto quello che vogliono. Cerco in sostanza di proteggerli, perché i maggiori casini vengono fuori alla fine della partita, quando magari entra qualcuno che dice qualche parola sbagliata e ci possono essere reazioni di cui tutti poi si pentono amaramente. Il martedì, invece, faccio la mia analisi e le mie considerazioni e non pronuncio discorsi in generale, ma cerco di essere sempre diretto. Parto, cioè da un episodio e vado diritto alla persona che ha bisogno della mia attenzione o che gli dica come vedo le cose.

Per quanto riguarda le situazioni tattiche lo faccio in campo, negli allenamenti, perché le parole servono a poco. Magari si parla per dieci minuti e si sbaglia a collocare la situazione tattica o a riproporla, e i giocatori non ascoltano. In campo ripropongo quella che secondo me è stata la situazione sbagliata e chiedo a loro come l'hanno vissuta. Lì li faccio partecipare per ribadire quali sono i nostri concetti di gioco e per far rivivere e capire quale era la situazione con la mente libera e senza particolari pressioni addosso. Loro, comunque, sanno che all'esterno io non colpevolizzo nessuno, come non do particolari meriti. D'altra parte, come si fa a colpevolizzare per un errore un giocatore che ci mette tutta la volontà, partecipa e s’impegna per correggersi?

Ho sempre cercato di prendere da tutti gli allenatori che ho avuto la parte migliore o, almeno, quella che avevo vissuto come più favorevole, come ho sempre cercato di ricordare quelli che assolutamente erano errori da non fare. Negli anni in cui ho fatto il secondo, ho accentuato ancora di più questa ricerca e attenzione per la mia formazione di allenatore approfittando dell'ottimo rapporto che avevo con i giocatori. Ho sempre chiesto come si erano trovati meglio con i precedenti allenatori e quale esercizio era stato più utile o interessante, ed ho scoperto che noi allenatori facciamo discorsi complessi, perfettamente equilibrati e pieni di indicazioni precise, e alla fine ciò che rimane è una metafora, un concetto semplicissimo, un episodio o una parte marginale dell'attività, come la partitella a quattro porte. A volte ci diamo troppa importanza. Pensiamo che molte cose dipendano da ciò che diciamo o facciamo fare, e poi magari perdiamo di vista la realtà, che è quella del buon senso e il fatto che i veri protagonisti sono sempre loro, che in ogni cosa mettono tutto ciò che hanno fatto e imparato fin da bambini, hanno motivazioni e cose importanti da dire e vogliono fare bene senza dover pensare che la proposta dell'allenatore sia l'unica e nettamente la migliore. Questo credo di averlo imparato proprio allenando i ragazzi.

Allenavo una squadra di quattordicenni e pensavo di andare con delle belle proposte, e le risposte erano immediate, ma spesso negative. Mi hanno fatto riflettere sul fatto che le cose che noi riteniamo belle e giuste, in realtà non lo sono per quel gruppo. C'è poi il fatto che in questi casi l'allenatore le vuole imporre e i ragazzi non ci stanno. In effetti, l'allenatore che ha più autorevolezza non è quello che sa e impone tutto, ma quello che sa fare in modo che ognuno dia tutto ciò che ha senza che qualcuno glielo debba chiedere.

Che cosa fare con l'errore? Certo va rivisto, capito nelle sue cause e corretto perché non sia ripetuto, ma è molto più importante capire cosa è invece stato positivo per poterlo ripetere, in pratica la “partita magica”, come la chiama il dottor Prunelli. Serve anche per creare una mentalità comune. Tocco abbastanza il rinforzo delle cose positive. Io non inizio né chiudo con la partita in campo, ma cerco di interpretarla con loro, di capire per scegliere come fare e cosa evitare in quelle successive. Quando analizzo una partita, qualunque sia stato il risultato, è difficile che dica che tutto è andato male e rilevi solo gli aspetti negativi. Mi serve anzi per fare un confronto con un periodo in cui si è fatto bene perché l'abbiamo interpretata nella maniera giusta. Certo cerco di capire perché poi non l'abbiamo fatto. Inoltre, bisogna considerare che in un risultato negativo ci può essere la prestazione negativa del singolo. L'errore lo sottolineo in campo nel momento in cui stiamo andando contro un concetto tattico che abbiamo sempre cercato di portare avanti. Intanto prendo anche esempio magari da qualcosa che si vede in un'altra squadra, rafforzando in via indiretta quello che loro hanno già digerito. Tutta questa intesa e disponibilità a rivedere i propri errori, ovviamente, si raggiunge dopo una serie di risultati, quando è già accertato che la squadra ti segue e accetta le cose che fai. A quel punto l'allenatore può accettare il rilievo di un proprio errore, anche se gli adulti sono più abituati a ubbidire, e quindi è difficile che contestino, salvo che non abbiano un grandissimo rapporto di stima o, al contrario, di disistima. I ragazzi, invece, sono immediati, dicono cosa non va e cosa vorrebbero fare e aiutano molto l'allenatore a formarsi, per cui ritengo che avere allenato i giovani sia stata una palestra importantissima in tutti i sensi.

Ti è piaciuto questo articolo?

Forse vuoi leggerne altri... Ecco alcuni articoli che hanno un argomento simile:

Tehethon

banner poster