La parola ai tecnici

Caro Massimo. Sei il solito pessimista indignato, ma certo hai delle buone ragioni. Scrivimi qualcosa che lasci intravvedere qualche cambiamento, magari riferito al Tuo Ecuador.

Che il calcio Italiano sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. Dei club professionistici, imbottiti di stranieri per lo più bidoni venduti a caro prezzo con ingaggi milionari per coprire ben altro, abbiamo le tasche piene.

Teoricamente, per salvare il salvabile, dovrebbero esserci i nostri settori giovanili che lavorano duramente con istruttori capaci. In tanti, invece, dove si mette l’amico dell’amico del politico, della Federazione o del club di turno, per incapacità manifesta sono sempre più alla ricerca del talento facile per poi rivenderlo subito e fare cassa. Non quello da crescere e migliorare. Purtroppo il talento nostrano, quello vero, non cresce come l’erba gramigna per ogni dove. È raro e difficile da individuare e va coltivato, curato e fatto crescere nei modi e tempi giusti.

“Talento” vuol dire abilità naturale, inclinazione. Il talento è dote. Se ne è naturalmente provvisti, e se non c'è non si può imparare. Io credo che talenti in giro per l'Italia ce ne siano magari sui campetti di periferia da dove, nel passato, sono saliti alla ribalta fior di giocatori. E dove ex giocatori e dirigenti capaci giravano in questi campetti e trovavano il ragazzo giusto al quale si offriva la possibilità di studiare in strutture attrezzate, seguiti passo dopo passo e con un piccolo contributo alla famiglia. Oggi non si vogliono spendere soldi, e i risultati sono che siamo pieni di giovani che, terminato il normale ciclo sino alla Juniores o Primavera, sono lasciati in mezzo alla strada.

I Club, dalle categorie inferiori seconda e prima, se hanno il settore giovanile, la scuola calcio, gli esordienti e i giovanissimi, lo fanno in primis per far cassa. Ogni bambino porta dei soldi, e poi ci sono le categorie a salire, eccellenza serie D etc. etc. Anche lì, idem come sopra. Solitamente, già dalla serie D sino alla serie A, comparto prima squadra e settore giovanile sono divisi come due pianeti distanti e distinti. Non interagiscono e, soprattutto, per i giovani non investono un centesimo. Per lo più, queste società di categorie inferiori sono obbligate ad avere una o due squadre giovanili con costi esorbitanti, a scanso di multe e penalizzazioni per le prime squadre: norme scellerate introdotte da incompetenti che governano il nostro calcio.

Si danno agevolazioni alle banche e si aiutano a non fallire e, quindi, s’investono miliardi di Euro, ma ai settori giovanili del calcio non si da nulla. Si obbligano allenatori di Base Diploma B UEFA a corsi di aggiornamento a costi esorbitanti voluti dal duo Blatter-Platini, come direbbe Peppino de Filippo nel noto film “Ho detto tutto”. In questo senso, la Federazione Calcio latita. Non ci sono strutture adeguate, e ci arrangiamo per lo più con vecchi campi, strutture ormai obsolete. In più, per chi forse ancora ci crede, ma non vede miglioramenti, si sta insinuando una scarsa fiducia, e gli addetti ai lavori, cosi frustrati da questa situazione, hanno smesso di crederci e non ripongono più nessuna fiducia nei nostri giovani.

E quindi, perché perdere tempo? Ecco che dall’estero, con l’immigrazione africana, sudamericana, est-europea, etc., etc., abbiamo talentini a costo zero. Abbiamo questa scala a salire già fragile dalla base e, arrivati alla serie A, ci ritroviamo invasi da stranieri in cerca (giustamente) di fortuna e soldi a discapito dei nostri giovani. Non meravigliamoci allora se in squadre storiche come Milan, Inter, Juventus Roma e Napoli etc. etc., per trovare un italiano devi avere una fortuna sfacciata. Ovvio che tutto questo si riflette poi sulla nostra Nazionale che, dopo quattro Campionati del mondo e non so quanti secondi e terzi posti, fatica per un pareggio con le isole Fiji.

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