La parola ai tecnici

Pur vivendo e operando a Imperia, in quest’angolo d’Italia un po’ dimenticato e un po’ marginale, non è possibile non notare la grossa distorsione della pratica sportiva giovanile: mentre da una parte i bambini approcciano le discipline sportive sempre più presto, all’estremo opposto c’è un precoce abbandono soprattutto dell’attività agonistica.

Abbandono che nell’età dell’adolescenza avviene per i più svariati motivi: dallo studio che, diventando più impegnativo, si contende il tempo con le sedute di allenamento, all’improvviso e incontrollabile esplodere di nuovi interessi e dei primi innamoramenti. Altre volte è l’indisponibilità dei genitori ad affrontare trasferte sempre più impegnative o semplicemente i costi crescenti di attrezzature e frequenza. E, non da ultimo, il crescere del livello di prestazioni richiesto per essere all’altezza degli standard che in taluni casi porta a sentirsi inadeguati.


Questa presa di coscienza fa sorgere spontanea una domanda: qual è il fine ultimo della promozione sportiva portata avanti dalle varie Istituzioni che governano lo sport?
 Si tratta di un’attività volta a rastrellare il più gran numero di aspiranti per poi poterne selezionare un numero ristretto che in un sistema piramidale porta a formare i livelli di più alta qualificazione fino a trovare le eccellenze destinate ai massimi campionati?
 O si vuole prioritariamente diffondere il più possibile la pratica sportiva fra la popolazione trovando una formula che accompagni l’individuo in tutte le fasi del suo sviluppo, consapevoli della grande importanza che ha lo sport per una vita sana e attiva?
 Se la risposta è la seconda, allora sicuramente c’è qualcosa che non va in com’è organizzata oggi l’attività sportiva. 


Vi è mai capitato di osservare dei bambini in età prescolare che giocano in libertà? Si muovono disordinatamente, non seguono strategie o tattiche particolarmente sofisticate anzi spesso appaiono ingenui nei loro comportamenti; l’agonismo è forte ed è uno dei motori, ma affiancato da una grande fantasia, dalla necessità di sentirsi al centro di qualcosa, dal voler far vedere quanto si è bravi, a far cosa poco importa. Ma soprattutto predomina il divertimento.
Poi si cresce e arrivano i grandi, noi adulti, a dare un valore a questo movimento, a finalizzarlo, a razionalizzarlo, a far emergere il talento nascosto in questi piccoli atleti scapestrati.
 Si organizzano allenamenti, percorsi, si stimola l’apprendimento finalizzato, si stabiliscono obiettivi, si teorizza un traguardo ambizioso. 
I nostri piccoli ci credono: mantengono un po’ del loro approccio goliardico all’attività motoria, ma in fin dei conti i loro eroi siamo noi e, chi prima chi dopo, si affidano agli insegnamenti di chi ha più esperienza di loro. Cominciano a percepire il gusto di collaborare con uno o più compagni, a sentire quella profonda gratificazione che si prova quando si ha la stima dei compagni di squadra. È un processo lento che procede con la crescita fisica e la maturazione, e che permette anche di imparare ad accettare dei sacrifici immediati in vista di un obiettivo un po’ meno immediato: crescendo, gli allenamenti diventano sempre più impegnativi, ma la prospettiva di ottenere risultati importanti e soprattutto di sentirsi parte rilevante di un gruppo che cresce insieme fa spesso trovare energie e determinazione che non si pensava di avere. 


Tutto questa progressione però molto spesso ha un limite massimo: fino a quanto un giovane è disposto a impegnare di se per progredire in una disciplina sportiva? 
Si avesse uno strumento scientifico atto a misurarlo sarebbe più facile, ma in mancanza ci si può affidare ai dati statistici. E per quanto riguarda l’abbandono dell’attività sportiva dai quindici ai diciotto anni questi sono drammatici.
 Ancor più se si considera che questa è l’età in cui si possono ottenere i più importanti picchi d’incremento delle prestazioni fisiche.
 Esiste un’alternativa? Al momento forse no. 
Le società e associazioni sportive hanno fra i loro obiettivi principali di offrire livelli di qualificazione alti: ne fanno giustamente motivo di vanto, e presentano i risultati raggiunti in questa direzione come garanzia di qualità e di professionalità. 
Stesso discorso vale per le federazioni sportive, che hanno come principale criterio di valutazione dell’attività svolta il livello di qualificazione delle competizioni che organizzano sia a livello nazionale e sia locale.
 Il risultato è che si cerca di rendere sempre più professionistico lo sport giovanile e non rimane spazio per chi cerca uno sport che impegni, ma lasci spazio anche per altri interessi.
 E allora perché non dare una risposta a questa domanda di pratica sportiva non "professionistica": gettare le basi per un modello diverso che aggreghi un grandissimo numero di giovani che abbandonano controvoglia semplicemente perché non trovano una via di mezzo che possa coniugare impegno e divertimento senza essere totalizzante?


Personalmente sono pronto a scommettere su un progetto in questo senso per motivi molto concreti:
una nuova visione dello sport impostata più sull’aggregazione che sulla selezione avrebbe possibilità di includere numeri più grandi;
 darebbe una risposta valida al problema della sedentarietà, che procura sempre più problemi anche di tipo sanitario alla generazione della playstation;
 amplificherebbe il valore educativo e sociale tipico dello sport, e soprattutto degli sport di squadra. 
Primo passo dovrebbe essere una revisione globale della distribuzione delle risorse (scarse per definizione) che oggi premia il vertice della piramide trascurando obbligatoriamente la base. Basti ragionare sulle cifre di cui si sente parlare per le necessità di candidare Roma alle future Olimpiadi e poi guardare al disastro degli impianti sportivi in zona solo per fare un esempio sotto gli occhi di tutti.
 O solo accennare alle cifre del calcio, che trova spazi incommensurabili su tutti i media a discapito di altre discipline e che ha trasformato una buona parte degli italiani di genere maschile in "sportivi" da telecomando.
 Ma la cosa più importante è sicuramente rivedere le convinzioni, le priorità e gli obiettivi di chi in questo campo ci opera sia come allenatore/istruttore sia come dirigente di società o federazioni sportive.

 

Gianluca Melchiorre
Allievo allenatore per U.S. Parrocchia Caramagna di Imperia

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