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Il massimo rendimento è figlio della normalità. Come preparare una partita che siamo costretti a vincere?

Il massimo rendimento non è uno sforzo, ma una condizione di normalità.

Per questo motivo non si deve parlare di partita più e meno importante. Anzi, se per quella importante cambiamo qualcosa rispetto alle altre, creiamo un'immagine eccessiva dell'avversario e provochiamo insicurezza. O rischiamo di passare a un livello di attivazione eccessivo, dannoso per il rendimento.

Creare tensione non serve. Lo vediamo negli atleti che non dormono prima della partita, che hanno disturbi fisici e sono troppo tesi. Questi fattori pesano in negativo sul rendimento. I motivi veri della tensione, infatti, sono il sopravvalutare la forza dell'avversario, il chiedersi come si saprà giocare la partita, se si riuscirà a trovare la concentrazione e il non avere i soliti, rassicuranti punti di riferimento. Mentre la sicurezza deriva dal conoscere le proprie forze e, soprattutto, dal sapere che si è in grado di far fronte alla gara.

Per un allenatore è difficile non fare qualcosa o riuscire a nascondere la propria tensione. Cerchiamo di farlo perché, se carichiamo la gara di troppa importanza, significa che non ci fidiamo della squadra e non la riteniamo capace di cavarsela da sola. Piuttosto, bisogna osservare che cosa avviene nelle partite giocate meglio, per proporre lo stesso clima e far trovare subito quella sicurezza che, di solito, si trova solo dopo alcune giocate e aver costatato che l'avversario e la partita non sono così importanti.

Come presentare l'avversario per dare più carica? Non possiamo presentarlo diverso da quello che è. Se lo dipingiamo più forte, trasmettiamo la paura di non farcela e creiamo quella tensione che taglia le gambe. Se lo presentiamo più debole, forse rassicuriamo il nostro giocatore, se è insicuro, e lo mettiamo in condizione di impiegare la propria carica. Ma questo metodo potrà avere successo solo la prima volta: dalla seconda si accorgerà che il nostro è un espediente e non ci crederà più. Quando abbiamo bisogno di presentare una realtà diversa da quella che è, comunichiamo che non è in grado di affrontare quella vera e che dipende sempre da qualcuno per fare ciò che dovrà fare da solo. Chi fa sport rende quando ha davanti una realtà che conosce ed è consapevole delle proprie forze. Per farlo rendere al massimo, quindi, non ha senso alimentare l'insicurezza o una falsa fiducia. Ma è probabile che i giocatori non siano così ingenui e dipendenti come noi pensiamo, che ci ascoltino come si ascolta un rituale senza significato e, se sono sicuri, vadano in campo liberi da condizionamenti, nonostante la nostra carica.

Per gentile concessione de La Gazzetta dello sport

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