Lo sport

Da quello che so di lui, Renzo Ulivieri non si è esposto per dovere sindacale verso gli iscritti:

non ha bisogno di cortigiani da accontentare in cambio di voti per fare scalate. 

È uno per bene che crede in ciò che dice, e questo ci basta, perché lotta affinché giovani, e specie bambini, che fanno sport non siano affidate a mani impreparate.

Spiace essere così critico verso persone che dedicano il tempo libero per passione e pochi spiccioli, ci mettono tutto quello che sanno e vorrebbero che i loro allievi diventassero campioni, verso altre che ci mettono soldi e ottengono poco, o verso altre, ancora, che amano i figli e li vorrebbero felici e realizzati, ma per farsi capire e incidere su errori che lasciano anche conseguenze gravi, non si può andare per il sottile.

Viviamo una cultura malata che spinge a non badare ai mezzi e al fatto che chiunque vale uno e va rispettato. Si vede gente incarognita, e a volte anche carogna, sola e sempre sulla difensiva, convinta di superare i propri disagi usando gli altri, anche i propri figli, senza curarsi di ciò che procura. Ma anche altri che usano, o lasciano usare, dei bambini solo per sentirsi in testa al gruppo, o che magari non ci pensano neppure, ma allora non sarebbe il caso di sollevarli da questa mancanza di conoscenze?

Che vuole dire tutto questo? Leggendo si vedrà.

Perché adesso basta? Per tanti motivi. Ne elenchiamo solo alcuni, e lasciamo che ognuno tiri le proprie conclusioni.

1. La vita adulta inizia nel bambino, e le prime impressioni sono le premesse sulle quali si costruiscono il carattere, le convinzioni e lo stile di vita. Come sarà uno al quale, da bambino, una figura adulta, imponente come un genitore o un istruttore, ha detto: “Rompigli le gambe”, “inganna l’arbitro”, “insulta l’avversario, così lo innervosisci e lo fai espellere”, “quando sei in area buttati” e tutte le perle che in una partita si sentono dalle tribune e dalle panchine? E quali saranno le prime vittime? Imparando a farsi largo con i gomiti si fanno le ossa e percorreranno la vita da vincitori? Non credo proprio: il rozzo arrogante prevale con chi non ha fegato e cultura, ma con gli altri è un pigmeo.

2. Nello sport, nessuno ha mai pensato che un giovane responsabile, autonomo, creativo, capace di pensare da solo e sicuro dei propri mezzi perché l’hanno aiutato a svilupparli, vince prima e meglio? Mentre per troppi, invece, continua a essere una marionetta alla quale basta tirare il filo giusto perché ripeta, anche senza averlo capito, ciò che gli hanno infilato in testa. Si possono creare questi tipi di giocatori che vogliamo? Certo, ma bisogna conoscere come funziona la testa, e imparare e correggere molte cose. Troppo difficile? No, ma occorre voler imparare, e non considerarsi già “imparati”, come dicono miei amici del Sud.

3. Ognuno può dare solo ciò che ha. Perché chiedere al proprio figlio o ai propri allievi di essere i primi e i migliori quando non ne hanno i mezzi? Uno che ha quest’unico traguardo e ne ha solo uno davanti e mille dietro è il secondo o uno che si vivrà sempre come uno sconfitto? Il genitore lo fa anche per amore, ma un allenatore non preparato lo fa per se stesso e per non perdere il posto. E c’è da credergli, perché nel calcio ci sono benefattori, ma anche mercanti nel tempio.

4. Il genitore dice “diventerai un campione”, perché ci spera e vede il percorso per risolvere tutti i problemi della vita, soprattutto i propri. L’allenatore, invece, è convinto che le parole facciano girare meglio anche le gambe dei normali, ma la realtà è ben più forte delle illusioni. Che cosa farà questo “campione”? Si abituerà a dare sempre agli altri la colpa dei propri fallimenti? Si affiderà sempre a qualcuno che faccia per lui perché si considererà un incapace? Capirà il trucco e perderà stima verso gli adulti che l’hanno ingannato? O sarà fortunato: non ci avrà creduto da subito, e sarà andato a praticare uno sport dove non ci sono figure che lo assillano per risolvere i loro disagi?

5. ”Lo tratto duro, così gli faccio il carattere!” Per fortuna non è frequente, ma a volte si sentono insulti, urla, minacce e addirittura parole che esprimono disprezzo. A parte che si urla e si vuole far paura quando si ha una voce troppo flebile per essere ascoltati, proviamo a pensare alle conseguenze sul bambino di oggi. C’è quello al quale in casa hanno fatto  credere di essere il padrone o l’hanno coperto di tutto fino a fargli perdere il desiderio di fare o di avere, che incrocia le gambe e fa vedere chi è che comanda. Quello che si sente protetto perché in casa incolpano sempre gli altri, e allora sfida tirando i remi in barca o diventando ingovernabile. Quello che ci crede, e rischia di continuare a vedere tutti troppo adulti e minacciosi e di diventare debole e servile solo per non incorrere nella loro severità. O, ancora, quello che ci crede, ma in un altro modo: aspetta l’età adulta e di farsi i muscoli per scambiare le parti, e allora è facile prevedere quali saranno le prime vittime.

6. Il bambino non è un piccolo adulto solo da trattare con dosi differenti, perché ogni età ha modi diversi di imparare, sensibilità da sfruttare e non assopire e contatti diversi con la realtà. Non può essere sottoposto a una specializzazione precoce, perché vive ciò che vede, sente e gli procura piacere, non sa progettare a tempi lontani e non sa fare un lavoro. Pensiamo al talento costretto a imitare gesti non suoi e uguali per tutti, che in questo modo non arriva a sviluppare i propri, che sono sempre unici e personali.  O a chiunque, che per uscire dallo stato di bambino deve imparare a pensare da solo, a sviluppare l’iniziativa personale, a sentirsi responsabile senza bisogno di essere controllato o a vedere da solo i percorsi e gli obiettivi che gli permettono di esprimere tutto il proprio talento.

La lista sarebbe ancora lunga, e se qualcuno lo chiederà, si potrà andare avanti.

Un paio di considerazioni. Lo sport, e il calcio in particolare, hanno una grande opportunità, solo da cogliere. Può diventare un’agenzia educativa al pari della famiglia e della scuola, e addirittura più efficace, perché ha il vantaggio di divertire. Questo è il compito che può e si deve assumere, per non sentir più dire: “Per carità, non voglio portare mio figlio in un posto simile!” e, non spaventiamoci, per entrare nel salotto buono della cultura.

Per capire la testa e insegnare a usarla, non basta un corso di qualche ora ogni tanto. Occorre un’informazione che continui e raggiunga tutti. E poi, ancora, che ognuno si senta e possa essere partecipe attivo della trasformazione. Non si tratta, quindi, di fare meglio ciò che si sta facendo, ma di fare altro.

PS. Si può essere o non essere d'accordo. Scrivete, e apriremo un dibattito, ma questa volta senza troppe delicatezze.

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