Lo sport

Quando lo sport è cattivo: alcune riflessioni ispirate da Vincenzo Prunelli.

Tempo fa Vincenzo mi ha chiesto di scrivere qualcosa per il blog sul tema dello sport “cattivo e coattivo”. A tale proposito ho pensato di fare riferimento ad alcuni suoi appunti precedentemente inviatimi. Si trattava di slides per il “Progetto Scuola”.

Sintetiche e illuminanti come koan zen, definiscono alla perfezione cosa non è sport e corretto agonismo, ma competizione fine a se stessa e, troppo spesso, scempio della personalità in formazione di tanti bambini e ragazzi.

Vincenzo Prunelli mi è piaciuto subito, al mio primo accostarmi alla psicologia dello sport, per la sua mente giovane, entusiasta, eclettica e appassionata, per la non comune capacità di ridurre la complessità ad un chiarissimo essenziale e, soprattutto, per il suo impegno etico nell’ambito dello sport. Non mi si accusi di piaggeria se dico che Vincenzo alle cose che dice ci crede davvero e si batte perché siano messe in pratica.

E dice delle cose come queste:

“L’agonismo è sbagliato quando è imposto prematuramente, ostacola lo sviluppo dello sportivo e della persona, ha come unico obiettivo la vittoria ottenuta con qualunque mezzo, chiede prestazioni superiori alle possibilità, stimola condizioni di eccitazione esasperata e supera il livello di attivazione appropriato, oltre il quale diminuiscono la lucidità, l’iniziativa e il rendimento”.

In questi casi lo sport è cattivo maestro; la sconfitta è vissuta come un’inferiorità e una colpa, si valuta il risultato anziché la qualità della prestazione. Le aspettative eccessive e sproporzionate ai livelli e alla preparazione azzerano l’autostima o creano ego reattivamente ipertrofici e onnipotenti, incapaci di esaminare la realtà.

Lo sviluppo della personalità, in senso globale, ne risente.

Ciò che accade e come ci si comporta nell’attività sportiva si estende al più ampio contesto esistenziale. I ragazzi divengono aggressivi e/o demotivati. Possono allora abbandonare per sempre lo sport o andare incontro a patologie anche serie, come la depressione, i disturbi d’ansia generalizzata o gli attacchi di panico, mentre conseguenze di opposta cifra sono le reazioni ipomaniacali, il sovrallenamento, l’abuso di vitamine e integratori e le condotte alimentari scorrette e inadeguate, abitudini e comportamenti, questi ultimi, fortemente predisponenti al doping.

L’aggressività, afferma ancora Vincenzo, “può arrivare a confondersi con l’aggressione” e generare “ stati emotivi nocivi per l’iniziativa consapevole, la costanza nell’allenamento, il controllo di sé e del gesto tecnico, che sarà quello che farà vincere più tardi”.

L’aggressività lesiva diviene un modello e uno stimolo che entra a far parte in maniera definitiva dello stile di vita.

Le giustificazioni degli adulti di riferimento, genitori e preparatori sportivi, sono: “ tutti lo fanno, lo insegna la vita, i bambini sono aggressivi per natura, meglio aggredire che subire, è un fattore naturale che non si può eliminare e se non si sfoga nello sport si sfoga altrove”.

“Ciò significa fare un uso utilitaristico e non educativo dello sport. L’aggressività del bambino, se eccessiva, dipende sempre dagli stimoli e dalle aspettative degli adulti”.

A demotivare sono invece “le valutazioni su basi irrealistiche: sei troppo o troppo poco, la protezione di fronte alle comuni difficoltà o alla frustrazione di una gara persa, il cedimento a richieste o pressioni improduttive, l’incapacità dell’adulto a presentarsi come modello di riferimento: troppo vicino o troppo lontano, la disattenzione verso le caratteristiche ed i caratteri individuali, verso i limiti e le fasi di sviluppo”.

Perché lo sport sia educativo, ludico e formativo, è perciò necessario che non si commettano questi errori e che si presti una grande attenzione ai valori che si trasmettono e alle loro implicazioni.

Concludo sottolineando poi che lo sport, anche di alto livello, può essere cattivo e addirittura crudele in tanti altri modi: quando “brucia” e consuma un atleta, quando provoca delle gravi malattie, quando, ed è di questi giorni, discrimina una donna perché ha caratteristiche fisiche poco “femminili”. Su tutto questo il dibattito è aperto.

 

 

Alessandra sì che è un'amica!

Vincenzo Prunelli

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