Lo sport

Il bello dello sport.

Sport: una parola di sole cinque lettere che racchiude in sé tutto e di più.

Alzi la mano, infatti, chi conosce una maniera più divertente e più salubre di trascorrere il proprio tempo libero. Ma lo sport è anche disciplina ed applicazione di regole. Ritengo che lo sport, di per sé, non sia né educativo né etico, ma che, trovando proprio la sua ragione di essere nell’esistenza delle regole, lo diventi nel momento in cui queste vengono dapprima insegnate e poi applicate. Questo insieme di regole morali fa sì che l’atleta, con l’allenamento e la gara, giorno dopo giorno, sia in grado di scegliere sempre ciò che è giusto attraverso una partecipazione interiore continua e diretta, e non limitandosi al rispetto di una serie di divieti. Quando al famoso pugile Cassius Clay, alla fine degli anni ’70, chiesero se pensava di essere l’uomo più forte del mondo, egli rispose con la sua celebre sagacia: ”Quattro o cinque uomini che ho incontrato e battuto, se mi trovano in un vicolo buio, mi fanno a pezzi. Però, sul ring, dove ci sono le regole, sono io il più forte”.

Lo sport è agonismo
E il grande peso massimo ci introduce ad un altro fondamentale concetto: lo sport è agonismo. L’agonismo, una parola che, ancora oggi, a molti appare come uno spauracchio, è inutile nascondercelo, è implicito nella natura umana. Ai nostri ragazzi diciamo, fin da giovanissimi, che devono studiare, devono darsi da fare perché la vita è dura e la concorrenza spietata. Non si può certo asserire che questo tipo di messaggio non contenga implicitamente un agonismo feroce. Lo stesso agonismo è però spesso contestato nel mondo dello sport perché lì è esplicito. Non è forse meglio preparare i ragazzi ad affrontarlo, anziché fare finta che non esista? Forse lo sport li aiuterebbe a comprendere che se uno vince non è il “migliore in assoluto”, ma solo in quella occasione, e che la sconfitta è una circostanza della vita che capita, senza che per questo, venga ogni volta messo in discussione tutto il proprio essere.

Quale sport: individuale, di squadra o entrambi?
Come si può vedere, le sfaccettature che compongono il grande mosaico dello sport sono innumerevoli, ma all’interno di questo variegato mondo esistono una infinità di discipline che si differenziano le une dalle altre non solo per le peculiarità tecniche e atletiche che le contraddistinguono. Una prima fondamentale differenza è quella esistente tra gli sport individuali e quelli di squadra. Personalmente penso che, essendo noi esseri umani “animali che vivono in gruppo”, sia fondamentale, specie tra i 6 e i 12 anni, ovvero nel momento in cui la personalità sta faticosamente ricercando la propria identità, praticare uno sport, in cui le varie esperienze possano essere condivise con dei compagni. Ciò non significa che si debba escludere il nuoto, il tennis, la ginnastica artistica o le arti marziali, solo per fare alcuni esempi, ma semplicemente che sarebbe preferibile abbinarli sempre ad una disciplina di squadra.

Le motivazioni di una scelta
Spesso la scelta dello sport da fare praticare ai propri figli dipende da fattori che nulla hanno a che vedere con i loro desideri o con quelle che sono le loro predisposizioni fisiche e psico-attitudinali. E così un ragazzino che adora il calcio si ritrova a giocare a volley, pur essendo magari un po’ bassino, perché il papà è un ex pallavolista, o la ragazzina particolarmente vivace, è costretta a fare ginnastica artistica, anziché basket perché la mamma ha il terrore dei contatti fisici. Ascoltiamo i nostri ragazzi, cerchiamo di capire cosa realmente vogliono e per quale sport si sentono più adatti. Favoriamo la loro socializzazione, assecondandoli quando esprimono il desiderio di frequentare, anche durante questa importante parentesi della loro vita, i loro amici di sempre, quelli di scuola o del quartiere.

Usiamo il buon senso
Interveniamo solo quando le aspirazioni dei ragazzi sono totalmente illogiche. Da piccola, per esempio, io volevo fare a tutti i costi danza classica, ma per fortuna si sono intromessi per tempo i miei genitori per dissuadermi, visto che a otto anni era già un bel trenta centimetri sopra la media nazionale. Infine, la pratica sportiva non può e non deve divenire un incubo per tutta la famiglia. Scegliete, se possibile, discipline che possano essere praticate in strutture sufficientemente vicine. Ci sono una miriade di papà e mamme, trasformati in veri e propri taxisti, che passano intere giornate a scarrozzare i propri figli da un capo all’altro della città. Se per un’ora di allenamento sono necessarie, ogni volta, due ore di code interminabili, ben presto i benefici dell’attività fisica, con un effetto boomerang, si trasformeranno in esaurimento nervoso.

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