Lo sport

Il bambino ricava piacere da ciò che fa, e non dai vantaggi che può ottenere dalla pura esecuzione, anche se corretta, o dal successo.

Lo motivano il confronto con i coetanei, la verifica dei progressi, la consapevolezza di poter affrontare nuove situazioni, la padronanza dei propri gesti, il rapporto con l'adulto che lo sa guidare e apprezzare per ciò che fa, il giocare per vincere, ma non ancora per sentirsi migliore degli altri, e l'impulso a superare il naturale sentimento di incompletezza e il disagio di sentirsi incapace nei confronti degli altri.

Per quanto riguarda lo sport, il bambino è portato per natura al gioco, a misurarsi, a competere per sentirsi più abile degli altri. Ha tutti gli stimoli necessari, ma ha bisogno di esprimerli in libertà, senza troppi schemi e l'obbligo di ottenere per forza il risultato.

Parliamo di prestazione e di risultati solo più tardi, dopo i 12 anni, quando il ragazzo comincia a sapersi porre degli obiettivi, a seguire degli schemi astratti, a cooperare e a cercare il risultato e non solo la prevalenza del momento.

Il giovane, invece, trova stimoli dal bisogno di differenziarsi e dal desiderio di raggiungere le abilità e i traguardi possibili, di scoprire e sperimentare i propri limiti, di verificare i miglioramenti e di essere apprezzato per ciò che si impegna a fare.

Passa, quindi, a motivazioni sempre più interiorizzate e personali che, in definitiva, costituiscono il legame più solido con lo sport.

Tali motivazioni non sono automaticamente produttive, e anzi, in un clima di insicurezza possono addirittura trasformarsi in spinte contrarie, tanto che l’'allievo che non arriva a ritenerle concretizzabili non può che reagire con la rinuncia o la ribellione. Vuole, quindi, sentirsi riconosciuto per le proprie capacità e aspettative e per come sa affrontare e modificare la realtà che lo circonda.

Ha idee più chiare rispetto al giovane di generazioni passate e più desiderio di essere trattato come soggetto che partecipa alle scelte che lo riguardano.

Quindi, se vogliamo usare tutte le sue motivazioni, offriamogli l'opportunità di contare per quello che fa, non costringiamolo, ma chiamiamolo a cooperare e lasciamo che si sperimenti oltre ciò che gli possiamo insegnare, raccontiamogliela sempre giusta senza volerlo manipolare, lasciamogli spazi perché possa decidere e creare, e diamogli sempre nuovi obiettivi da raggiungere, in modo che non si appaghi o non si affidi per essere portato per mano.

Su un piano pratico, dopo i 12-13 anni il giovane ha familiarizzato con il pensiero astratto ed è pronto per ragionare insieme con noi, programmare e prefiggersi obiettivi a lungo termine.

È quindi pronto a "lavorare", cioè a fare qualcosa che al momento non lo appaga, ma servirà più tardi, e ad impegnarsi nella cooperazione. Dunque, è pronto per l'insegnamento teorico, la specializzazione e il collettivo.

Queste considerazioni suggeriscono che la sicurezza e l'interesse, nello sport come in qualsiasi campo, non derivano tanto dalle qualità di cui si dispone o dalla possibilità di raggiungere traguardi prestigiosi, quanto dal sentirsi sempre adeguati e sicuri nei confronti delle richieste. E che la preparazione per competere ad alto livello è un processo continuo e mai angoscioso, frutto del proprio impegno e non di una fortunata combinazione di circostanze o di stimoli esterni.

In definitiva, le motivazioni più prementi nel giovane sono la possibilità di raggiungere i traguardi adatti alle proprie possibilità, di liberare le spinte creative ed evolutive che sono dentro di lui, di superare i naturali sentimenti di inadeguatezza e di inferiorità fino a ridurre e annullare la distanza che lo separa dall'adulto, di scoprire e sperimentare le proprie forze e di ottenere l’apprezzamento da chi lo guida.

Se vogliamo coltivare l'interesse del bambino per lo sport, quindi, evitiamo, da una parte, di spingerlo e sollecitarlo troppo e, dall'altra, di imbrigliare il suo naturale desiderio di fare e misurarsi. Non è necessario creare interesse, perché ne ha da solo più di quanto ne abbiamo noi adulti.

Semmai ha bisogno che non glielo facciamo perdere.

Evitiamo, quindi, di caricarlo di troppe aspettative, volendolo dirigere senza lasciargli spazio per liberare tutta la creatività e la fantasia, pretendendo una pura esecuzione invece di lasciare che trovi da solo le soluzioni, obbligandolo a essere subito concreto e funzionale quando ha ancora bisogno di sentirsi libero e di creare per il solo gusto di sperimentarsi, o non riconoscendogli i meriti che si conquista per paura di appagarlo.

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