Lo sport

Lo sport è un grande strumento educativo, un’attività che ha effetti favorevoli anche sulla scuola e un esempio per la famiglia. Tutto bene, quindi? Spesso, però, anche causa di abbandono.
Può, e le prime sono quando non sa impiegare tutte le risorse dell'atleta e della persona, s’illude di crearne di nuove o crede di farle rendere usando metodi che fuori si rifiutano.

A parole, tanti condannano questi sistemi, ma nella pratica cercano di spremere tutte le risorse del giovane prima ancora che le abbia sviluppate. Vediamo, quindi, sollecitazioni e pretese esagerate e premature, ma anche allenamenti monotoni, drammi per una sconfitta, climi di tragedia per stimolare un impegno che diventa sterile proprio perché l'atleta è troppo stimolato, al "tu pensa a giocare che a pensare ci penso io", quando il gioco è prima di tutto pensare e creare, o al trattare gli atleti da bambini, anche se c'è bisogno che giochino da adulti.

I ragazzi fanno solo ciò che interessa e dà piacere, e lo sport a volte ignora e mortifica queste esigenze con un rapporto non adeguato all'età o privo di rispetto e attenzione. Oppure, cede spazi che sono suoi a gente per la quale lo sport è solo un luogo di pesca libera. Non tutti siamo adatti a formare dei giovani, ma è lo sport che non ha una cultura per gestire chi lo pratica. Per esempio, vuole portare ognuno ai vertici con sistemi direttivi che usa nel professionismo, mentre tutti, compresi quelli che ci arriveranno, hanno prima di tutto bisogno di dar vita e spazio alla creatività e all'iniziativa.

Parliamo di bambini o giovani senza prospettive di carriera, e segnaliamo solo qualche esempio. C’è un sistema che li grava con un'organizzazione oppressiva capace di soffocare il piacere per lo sport. Un insegnamento che non raggiunge i livelli superiori dell’intelligenza e si ferma a un semplice condizionamento che blocca la critica, la creatività e l'iniziativa individuale. La richiesta di un agonismo solo per vincere e con ogni mezzo, che si traduce nel giocare per non perdere, ostacola lo sviluppo del talento ed è un limite al rendimento. Oppure, l'imposizione di richieste e sollecitazioni eccessive, che bloccano il piacere di fare sport, il potersi misurare senza assillo e il constatare di essere sempre più abili e padroni dei propri mezzi, che sono le vere motivazioni per raggiungere i traguardi possibili.

In sintesi, il giovane oggi partecipa a ciò che sta facendo quando si sente parte attiva, e accetta sempre meno di essere comandato o di fare cose per le quali non ha interesse e, dunque, è facile che alla fine avremo un conflitto, oppure che resteremo con pochi strumenti per motivarli a continuare.

Un altro motivo è la convinzione che il risultato venga prima della persona. C’è chi, per il risultato, richiesto da troppe società legate al vantaggio subito a spese dello sportivo di domani, non va per il sottile neppure con le ingiustizie. Esclude quelli meno utili senza neppure fornire una spiegazione, mentre passa sopra trasgressioni di quelli che gli garantiscono il risultato. Alcuni sono i capri espiatori di ogni sconfitta ripresi anche per cose minime, mentre altri sono gli unici eroi delle vittorie e non pagano mai nulla per le sconfitte. Possono sembrare situazioni ancora accettabili, ma si tratta di bambini o giovani che si avvicinano allo sport per praticarlo, e non per sacrificarsi a favore del risultato. Come si vede, le ingiustizie, di solito, vanno a favore dei più utili o rappresentativi, ma sono proprio le piccole ingiustizie con i più deboli ad alimentare la trasgressione degli altri. In questo clima sono i genitori a portarsi via i figli, magari in un'altra società o verso un'altra disciplina, ma poco più tardi saranno i figli stessi a non voler più sapere di sport.

Negli sport di squadra c'è chi, solo per completare l'organico e avere una panchina "lunga", trattiene nel gruppo ragazzi o, addirittura, bambini, che non farà mai giocare. L'esperienza dice che tanti si adattano perché non possono accampare pretese ma, se avviene, è solo per quelli più insicuri e sottomessi, che rimarranno tali o anche peggio, e proprio per questo avrebbero bisogno di più attenzioni. Oppure, avviene negli sport di alto livello, dove andarsene non conviene, ma vi sono tanti fallimenti, mentre nello sport per tutti, soprattutto quando vi è un inganno, i giovani si disaffezionano, e i genitori se li portano via, fino a toglierli dallo sport.

Un esempio. Un ragazzo di tredici anni vuole smettere. Non è granché, anche se a casa e nello sport hanno sempre cercato di fargli credere il contrario. Di sicuro non si diverte quanto quelli più dotati. L'allenatore è un tipo rigido che propone gli stessi modi con i quali è stato trattato a suo tempo. Chiede prove impossibili, e pretende che gli allievi ragionino come lui, non possano mai sbagliare, abbiano le sue stesse motivazioni e speranze nei confronti dello sport, facciano come si comporterebbe lui al posto loro e, soprattutto, superino i propri limiti. Fuori dal campo crea un clima privo di gioco e di divertimento, spiega e rispiega alla lavagna concetti e metodi non ancora adatti l'età, e chiede un impegno e un'applicazione già professionali. In pratica, li costringe solo a imitare e a eseguire, mentre il giovane, specie se talento, ha bisogno di scoprire e seguire la creatività e la fantasia che lo differenziano dagli altri. In gara regola tutto in modo meticoloso, senza lasciare spazio alla creatività, all'invenzione e all'iniziativa. Afferma di essere così esigente perché "si deve vincere" e “non si può sempre giocare”, ma i giovani vogliono sempre vincere, senza bisogno di essere stimolati o imbrigliati in schemi, perché la competitività è connaturata all'individuo a qualsiasi età.

Dal ragazzo in questione pretende anche ciò che non può dare e non gli perdona di essere "un buco" nella squadra.

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