Lo sport

Lo sport dovrebbe essere gioia, libertà e sfogo di vitalità, ma ci può sempre essere qualcuno, allenatore, genitore o altro, che riesce a trasformarlo in un peso.

Vediamo alcuni comportamenti e atteggiamenti che consiglierebbero di formare chi dovrebbe educare prima di lasciarlo libero di commettere errori o anche di più.

In una palestra qualsiasi, un istruttore reagisce all’errore di un ragazzino di una decina d'anni chiamandolo “cretino” e urlandogli davanti a tutti di restare a casa

invece di intralciare gli altri con la sua incapacità. Il ragazzo ha sbagliato una sequenza di operazioni che avrebbero dovuto rappresentare i movimenti di un gesto tecnico complesso.

Sul fatto che nessuno possa essere insultato c’è poco da dire, ma mettiamoci nella testa di questo ragazzo che deve subire perché non trova soluzioni per liberarsi. Gli restano poche possibilità. La prima, credere di essere davvero cretino, e prepararsi a subire anche da adulto, perché le difese si sviluppano subito o non si svilupperanno mai. La seconda, convincersi che questa sia la vita adulta e accettare, in attesa di avere tanto pelo sullo stomaco da riservare agli altri il trattamento subito. La terza, la più pericolosa, è accumulare ostilità e odio, che impediscono la formazione di freni inibitori, come dimostrano tanti artefici di bullismo, perché l’impotenza di fronte alle aggressioni dei più forti si lava soltanto con la vendetta anche sui più deboli. La quarta, che un bambino abbia la fortuna di avere modelli equilibrati fuori dello sport e faccia dei paragoni. In questo caso l’adulto, genitore o allenatore, però diventa una figura alla quale non vale la pena dare retta.

Il rilievo dell’incapacità può avere solo l’effetto di accentuarla. Tutti dovremmo sapere che, quando ci riteniamo incapaci, aumentiamo l’impaccio e il numero degli errori. Non usiamo gli automatismi che rendono “naturali” e istantanei il gesto tecnico e l’azione, per paura di sbagliare ricorriamo al ragionamento che, specie in uno sport in cui serve agire e reagire all'istante, è troppo lento e sposta l’attenzione sull’errore e, in modo che sembra paradossale, ci porta a sbagliare ancora di più. Non è chiaro? Pensiamo a un attacco di vertigine su un dirupo, cadendo dal quale è inevitabile sfracellarsi. Chi lo ha provato ricorda come si sentisse portare verso il vuoto fino a doversi aggrappare a un appiglio o a mettersi a terra. Non è un effetto solo psicologico, e probabilmente sarebbe precipitato, perché la paura avrebbe agito sui muscoli che avrebbero dovuto sostenerlo, rendendo possibile la caduta. Nello sport, la paura di sbagliare rende rigido il movimento, perché la mente, per evitarlo, pensa all’errore e alle contrazioni muscolari che dovrebbe evitare, ma così invia il comando contrario. Poco chiaro lo stesso? La rappresentazione mentale di un evento che temiamo può agire con un meccanismo quasi ipnotico, in cui il pensiero di un gesto, nel nostro caso un errore in un momento di tensione, si trasforma in un’azione involontaria che favorisce proprio quel gesto. Pensiamo al pendolino che un imbonitore ci fa mulinare tra le mani per raggirarci: lui ce lo fa pensare, e noi lo facciamo girare senza rendercene conto, ma ci convinciamo di essere in balia di qualcosa che non possiamo dominare.

Un genitore, in una piscina in cui si fa una gara di nuoto, a un brutto piazzamento del figlio scende dalle tribune, lo insulta e gli rifila un ceffone davanti a tutti. Gli errori che portano a un simile comportamento nascono da lontano. Il primo, da un genitore che non è mai riuscito a vincere e, ora, non è riuscito a smacchiarsi del disagio utilizzando il successo del figlio. Tenendo sempre presenti le stesse reazioni di fronte a un’umiliazione, aggiungiamone altre. Il ragazzo si convince di deludere il genitore, crede di meritarsi queste punizioni e si prepara a diventare vittima di chiunque perché, con questi modi che vorrebbero essere degli stimoli, gli mancheranno tutte le motivazioni per raggiungere i livelli possibili nello sport. Continuerà a sentirsene colpevole e accetterà di essere punito, oppure, imparerà a utilizzare le debolezze del genitore e lo metterà al proprio servizio. Il genitore che dipende dai successi del figlio, in un primo tempo reagisce alla delusione con il pugno duro, e ovviamente non ottiene nulla. Poi diventa più malleabile, concede privilegi per conquistarsi gratitudine e ottenere almeno qualche parvenza d’impegno. Il figlio diventa pretenzioso e chiede, perché sa che sarà accontentato. Gioca a fare il fragile e l’incapace che non ce la fa, ed è sollevato da altri compiti purché s’impegni e riesca nello sport. Neppure così basta, ma quale figlio che ha scoperto come disimpegnarsi dallo sport, che non gli piace più, e ottenere vantaggi senza sforzo non approfitta?

Terminiamo il discorso con un caso non va neppure commentato. Dopo una gara persa, un ragazzo sui dodici anni si ferma nello spogliatoio piangendo perché non vuole tornare a casa. In questi casi il padre, che durante la gara lo insulta ogni volta che commette un errore o non riesce a fare ciò che ha ordinato, continua a punirlo anche quando arriva a casa, magari con un castigo, il divieto di giocare con gli amici il pomeriggio o una lunga serie di accuse perché “non si è impegnato e ha giocato male”, fino a dargli “il pasto che si è meritato”, ovviamente insufficiente.

Come sarà questo ragazzo quando sarà adulto?

Ti è piaciuto questo articolo?

Forse vuoi leggerne altri... Ecco alcuni articoli che hanno un argomento simile:

Tehethon

banner poster