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Un figlio geniale è un sogno segreto di molti genitori: ma la grande intelligenza non è sempre una virtù.
Il bambino precoce in teoria è un privilegiato: spesso però è più fragile dei coetanei “normali”, più bisognoso di appoggi. In caso contrario va incontro a insoddisfazioni che possono degenerare in veri casi di disadattamento.

Da tuttocome de La Stampa Numero 279.
Martedì 29 agosto 1990.
19 Settimanale della casa e del tempo libero
Per gentile concessione de La Stampa

Chi non ha mai sognato un figlio superdotato, l’enfant prodige, il bambino superprecoce dai traguardi illimitati, che ragiona” già come un grande”? O chi non ho mai creduto di cogliere, in una risposta, in un'espressione, il futuro grande matematico o un nuovo Mozart?

A pochi però viene in mente che la genialità non è sempre un dono della fortuna. Abbiamo letto qualche tempo fa dei due bambini di Modena, Flavio e Fabrizio, che non trovano posto a scuola perché troppo bravi. Non possono essere iscritti a classi superiori a quella consentita dall’età. È giusto, perché la precocità riguarda l'intelligenza, ma non il fisico e tante qualità del carattere necessarie per vivere con profitto il rapporto con bambini più adulti. Però è anche ingiusto, perché con i coetanei possono giocare, ma non sentirsi uguali. L'unica soluzione è una classe sperimentale. Qua possono imparare secondo il loro ritmo, ma rischiano di sentirsi “sperimentali” anch’essi, e trovarsi al centro di attenzioni eccessive.

Il superdotato corre pure il pericolo di essere privato di altre esperienze formative. Pensiamo solo a quanto sono utili i dubbi, gli errori che fanno cercare altre vie, o il doversi misurare alla pari con il prossimo: senza vantaggi, ma anche senza l'assillo di dare continue conferme del proprio talento.

Aggiungiamo che non pochi di questi bambini, in teoria privilegiati, vanno incontro a gravi insoddisfazioni, fino a vere forme di disadattamento. Ce n'è abbastanza da temere che la superdotazione possa anche essere una disgrazia o, almeno, un rischio. O per convincerci che il superdotato è più fragile dei bambini “normali” e assai più bisognoso di attenzione.

Ma sono tanti questi bambini? Come si presentano? E siamo pronti, noi genitori e la scuola, a far fronte a tutti i problemi che ci pongono e farli crescere nel modo migliore?

Anche se per i genitori lo sono quasi tutti, in realtà i bambini superdotati sono pochi. Secondo Adriana Guareschi Cazzullo, che dirige l'Istituto di Neuropsichiatria Infantile dell'Università di Milano, sono il 3-4% se consideriamo quelli che si differenziano nettamente dagli altri. Se, poi, cerchiamo la vera genialità, scendiamo a 3/4 ogni 10.000.

Il superdotato ha qualcosa che colpisce. Forse la facilità di entrare nei ragionamenti. O la risposta che non ti aspetti. O, ancora, il modo arguto di cogliere sfumature che agli altri sfuggono. Ma lo “sentiamo” soprattutto quando siamo disponibili ad ascoltarlo senza dare giudizi o soluzioni, ma senza neppure spiegarci per conquistarlo.

Il superdotato è un tipo polemico che vuole volgere a proprio vantaggio qualsiasi contestazione. È geniale nelle associazioni e capace di arrivare subito alle conclusioni. Tutto ciò gli serve per portare l’avversario sul proprio terreno e sconfiggerlo con una logica lucida e sempre incalzante.

Non tutti sappiamo come ci si comporta con il superdotato. È facile commettere errori. Spesso con la nostra considerazione lo penalizziamo. Lo trattiamo come piccolo superuomo che ne sa più degli altri, e al quale è più facile imparare e vincere. Per questo pretendiamo.

Il perché è chiaro. Pensiamo che abbia immagazzinato o possieda per natura tutto ciò che precede la sua età, mentre ha solo i mezzi per prestazioni e obiettivi che gli altri raggiungono più tardi, ma non ancora la maturità e le motivazioni. È un talento che ha tutto per diventare un campione. È come un Platini in erba, che ha inventiva e doti tecniche eccezionali, ma gli mancano le esperienze, i mezzi fisici, l'armonia delle giocate, il senso del collettivo.

Più di tutto, non sapendo dove andare e perché andarci, gli mancano la capacità di “usarsi” e la continuità. È fortunato e pensiamo che debba essere anche felice. Ci sembra impossibile che proprio la sua dotazione lo renda più fragile e lo esponga a rischi inevitabili, oltre che maggiori e diversi da quelli degli altri.

Il perché è chiaro. Pensiamo, ad esempio, alla sua intelligenza. La possiamo definire “superiore” o “geniale”. Lo è, ma è anche disarmonica. Nel superdotato, infatti, più che negli altri, le capacità mentali di cui è risultante non possono essere sviluppate tutte nella stessa misura.

Allo stesso modo, la maturità affettiva ed emotiva e la capacità di usare la maggior dotazione non hanno motivo di essere più sviluppate per natura. Anzi, possono essere inattivate da un rapporto iniziale troppo facilitato con l'ambiente.

Altrettanto precari possono essere tutti quei tratti del carattere e della personalità che si formano solo con l'esperienza e la verifica continua delle proprie forze.

A queste disarmonie, si affiancano caratteri propri dell'età reale e, col tempo, altri che, proprio per le condizioni e i vantaggi (e gli svantaggi) offerti dalla dotazione, non ha avuto necessità di sviluppare o ha sviluppato in un modo che crea ulteriore distanza dai coetanei.

Pensiamo, ad esempio, al superdotato riconosciuto e trattato come tale. È sempre troppo appagato e sappiamo che l’appagamento e i successi garantiti inaridiscono il desiderio di scoperta e di verifica, forse il più potente stimolo alla maturazione. Non ha, quindi, motivo e occasione per prendere atto della propria inadeguatezza e, di conseguenza, non può avvertire il desiderio di completarsi per raggiungere l'adulto.

Anche il fisico, che segue l’età reale, è in ritardo rispetto a ciò che il bambino gli potrebbe e vorrebbe chiedere. E allora, oltre a trovarsi male con i coetanei, con i quali non può comunicare, ha difficoltà anche con i bambini più grandicelli, con cui non può misurarsi nel gioco e nella forza fisica. In entrambi i casi, per la propria specificità, ha difficoltà a sviluppare amicizia, un sentimento impossibile se le differenze sono troppo vistose.

Il superdotato è sensibilissimo agli stimoli dell'ambiente, positivi e negativi. È ansioso e intimamente polemico e oppositivo. Sente di avere delle potenzialità, di “valere”. E tuttavia deve sottostare ai limiti e ai ritmi troppo lenti degli altri. Sente di non essere apprezzato come dovrebbe. Da qui gli nascono delusione e frustrazione e allora, esasperato dall'indifferenza altrui, cerca di stupire: esce così da misura o si avventura in ragionamenti troppo complessi, che gli altri non seguono o deridono. E a questo punto soccombe davvero di fronte alla coalizione dei “normali”.

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